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Recensione di Marco Recchi Sono qui pubblicate le lezioni che Vladimir Jankélévitch, docente di filosofia morale alla Sorbona dal 1951 al '79, tenne presso la Libera Università di Bruxelles, ove furono trascritte da una diligente studentessa. I curatori del volume hanno aggiunto alla trascrizione, da lui mai rivista né corretta, un ricco apparato critico, che collega le tematiche toccate nella didattica ai grandi topoi del pensiero iankelevicciano, con citazioni e rimandi alle sue principali opere. Del resto, il filosofo e musicologo francese, d'origini ebraiche, si era già rivelato tra gli autori più originali della cultura transalpina a lui coeva, decidendo, dopo la seconda guerra mondiale e un breve impegno nella Resistenza, di escludere dal proprio orizzonte teorico l'intera filosofia tedesca, ritenuta espressione di un paese in cui «hanno ucciso sei milioni di ebrei, ma dormono bene, mangiano bene, il marco va bene…». Nella prima parte del corso, egli analizza la natura dei problemi morali, irriducibili a quelli estetici, scientifici, religiosi, artistici, psicologici, quindi a ogni lettura “riduzionista”. Negata, in particolare, la riduzione dell'etica all'estetica, si sofferma sui legami sia tra vita morale e religiosa, distinte dai rispettivi obblighi, sia tra etica e psicologia, colte in un arco temporale che va dai presocratici a Renouvier. Col confronto tra «continuità psicologica, discontinuità estetica e discontinuità morale», mostra i nessi tra individui e società, o tra moralità e legalità, nonché i modi in cui la vita morale si lega al dato psicobiologico, dal «rinnegamento» alla «rinuncia», e i tre criteri atti a dirigere la scelta dei piaceri. Nella seconda parte, ben più breve, dimostra assurda una morale non rivolta al futuro, e immorale un pieno distacco dal passato, esaminando la definizione di dovere , altro da essere come da avere , e i concetti di volontà, coraggio, intenzione, legati a sentimenti quali rimpianto, rimorso, pentimento, come a virtù quali abnegazione, carità, eroismo. Nell'insieme, emerge il costante sforzo iankelevicciano di coniugare chiarezza espositiva e severità teoretica, conoscenza della storia della filosofia ed esigenze di formazione degli individui. La sua riflessione predilige momenti esperienziali, attuativi, per esserne illuminata e a sua volta illuminarli. Austera e rigorosa, afferma che «il comportamento virtuoso è proprio dell'uomo morale impotente davanti a ciò che lo domina, a ciò che deve subire». Così, oppone alle condotte attendiste, quietiste, una pedagogia dell'impegno, ove “moralità” è «la messa in discussione arbitraria di un'evidenza naturale»: con Pascal e Bergson, ma pure con Plotino, Eckhart, Kierkegaard, Tolstoj, Francesco di Sales, Graciàn, Fénelon, cerca il «non-so-che», o «quasi-niente», che sempre trascende le analisi categoriali e le razionalità logico-deduttive. Del resto, secondo Jankélévitch, la filosofia, o meglio il filosofare, evita l'«utopia dogmatica» di possedere la verità se resta un modo di vita, insegnando a «pensare da uomini d'azione e agire da uomini di pensiero», cioè a «pensare tutto ciò che in una questione è pensabile». E la filosofia morale, in particolare, deve condurre dal «sapere di vivere» al più ampio «saper vivere», cogliendo nelle esperienze, passate e presenti, la «fatica quotidiana» degli intenti virtuosi: l'intero “vissuto”, fenomenologicamente irriducibile all'empirico, va sottoposto ad analisi «in-finite», ma basate sulla categoria del tempo. Infatti, il «futuro morale» resta sempre «a-venire», ma più lo si crede giunto e più lo si allontana. Per avvicinarlo, occorre informare le azioni, inscindibili dalla forma temporale, al contenuto a-temporale dell'«amore», ove la felicità altrui è “condizione di validità” di ogni altro valore. Ma la relazione “amorosa”, tra un “io” e un “tu”, pone per principio che «la persona amata non è mai abbastanza felice». Perciò, ogni «trasferimento del valore dal futuro al passato» diviene un «sacrilegio tragico e disperato», reo di voler «sostituire l'imperativo con l'indicativo» tramite una «capitalizzazione dell'acquisto morale»: ecco forse il lato più “religioso” della riflessione iankelevicciana, ove la valenza «trasformativa» degli atti morali, pur immediati e istantanei, deriva da quella «transustanziale», riservata all'intenzione, sicché il “tu” sembra riconducibile a un modello già precostituito nell'“io”. In ogni caso, l'appendice conclusiva del testo costituisce un invito e, insieme, un aiuto a proseguire il dialogo con questo insigne pensatore, che traduce in una complessiva “visione del mondo”, la sua lucida consapevolezza di sentirsi «un apartide». |