Recensione di Vincenzo Costa
La II Guerra Mondiale è stata combattuta con metodi ed armi nuove ed irrispettose dell'uomo e della sua storia; tuttavia non è stata solo la tecnica ad inabissarsi quanto piuttosto le coscienze e le idee; è stata al contempo il punto iniziale e l'apice di un'ennesima barbarie, voluta e pianificata in nome di una falsa gloria e di un destino da imporre, per raggiungere ad ogni costo un risultato che al singolo “civile” era estraneo e indifferente, ma che proprio a lui ha fatto pagare le più atroci conseguenze.
La volontà di sterminio e di vendetta che con chiarezza ed obiettività emerge dal testo di Gianni Oliva ( L'ombra nera , Mondadori, 2007), ci impone di riflettere, riconsiderare e chiedere scusa, all'umanità passata e futura, per quell'infernale disegno di morte che, a diverso titolo, entrambe le parti in causa (come anche la c.d. zona grigia) hanno legittimato e ricoperto di dignità ed onore.
Certo nessuna guerra è mai stata umana ed i fucili e le bombe non hanno mai creato né difeso la civiltà (neanche al giorno d'oggi in cui si crede di combattere per la democrazia ed i diritti umani), ma sin dal mondo antico ci si è dati dei limiti, essenziali per distinguere l'animale dalla bestia, che in quel frangente sono crollati assieme alle ultime speranze ed alla fede (cristiana o comunistica, filosofica o morale) nella diversità e superiorità teleologica della natura umana.
I fatti di Sant'Anna di Stazzema, quelli di Marzabotto (una delle pagine più drammatiche per atrocità e numero delle vittime: più di mille persone massacrate nel circondario tra le quali si contano 213 bambini di età inferiore ai 13 anni), la punizione esemplare nella cava di Pozzolana (via Ardeatina), le stragi di Cumiana e di Boves, sono dall'autore prese a modello per analizzare il problema, che in quegli anni investì tutti, delle violenze efferate ed inumane causate e subite, nonché di quella riconosciuta e diffusa licenza di uccidere che non ebbe considerazione alcuna per bambini, amici, fratelli, e che, richiamando causalmente nuove e più terribili violenze, trovò il suo culmine di ipocrisia e malvagità a piazzale Loreto.
G. Oliva si occupa di un periodo specifico di questa barbarie, il biennio 1943-45, e dell'inasprirsi della questione (la guerra civile come quella internazionale) in conseguenza degli opposti “tradimenti” perpetrati in seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943. Questo è il momento a partire dal quale muta anche la politica antisemita italiana (fino ad allora regolata dalle leggi razziali, molto più tenui e permissive delle corrispondenti leggi tedesche).
Dopo l'8 settembre la politica antisemita si inasprisce vuoi a causa di interventi diretti delle autorità tedesche, vuoi a causa di un nuovo ed autonomo tentativo della RSI di integrarsi e sentirsi nuovamente alleata del Reich. L'autore ricorda come, non a caso, a gestire la politica razziale siano stati di solito gli elementi più radicali del fascismo repubblicano, i quali assecondarono «un meccanismo di persecuzione spinto alle estreme conseguenze, […] squadristi della prima ora, camice nere che non avevano accettato la normalizzazione seguita alla marcia su Roma e che, dopo l'emarginazione del ventennio, riemergono dal caos politico del dopo armistizio ansiosi di rivincita e di vendetta».
L'autore nota come dopo l'armistizio molti ebrei che avevano ritenuto opportuno rifugiarsi in Italia non si erano resi conto che, con l'occupazione tedesca, «la penisola stava per essere ricompresa nell'area della soluzione finale». Si aprono così le danze dello sterminio anche in Italia: i rastrellamenti nell'hotel Meina come quelli nel ghetto di Roma rappresentano solo alcuni esempi che G. Oliva adduce per riferirci di quell'«atmosfera cupa di morte, in un alternarsi di timori, di fughe, di pianti e di rassegnazione» che accompagnò le comunità israelitiche nel cammino verso Auschwitz-Birkena.
Successivamente, per volontà tedesca ma non solo, l'Italia creerà propri campi di concentramento e/o sterminio: il principale è quello di Fossoli, del quale l'autore evidenzia con cruda realtà la vita quotidiana, ed il suo essere, al contempo, serbatoio per le deportazioni in Germania ed epilogo della vita dei più sfortunati, cioè di quanti non potevano nemmeno essere sfruttati come mano d'opera.
In seguito alla revisione delle leggi razziali, lungo il confine nord-.orientale (strategico sia per l'opposizione al comunismo balcanico sia in vista delle future annessioni in esecuzione ai principi del pangermanesimo), vicino Venezia, presso la c.d. risiera di San Sabba, sorgerà l'ennesimo lager italiano che, a causa della sua importanza strategica, sarà interamente gestito dalla migliore gerarchia nazista e che potrà vantare al suo interno il primo e l'unico forno crematorio per l'incenerimento dei cadaveri (qui troveranno la morte 3-4.000 dei quasi 15.000 tra ebrei ed oppositori politici imprigionati in attesa di trasferimento).
Questo lo scenario ed il clima generatore di quelle conseguenze che ancora oggi portiamo dentro: a guerra conclusa «le ombre nere che attraversarono l'Italia nel 1943-43 si proiettarono sul sangue dei vinti sparso dopo il 25 aprile».
E' una stagione breve, furiosa di rabbia ed intrisa di conseguenze storiche: «l'uscita dlla guerra e dal fascismo impose forme di rottura drammatiche; le due storie si rimandano l'una all'altra; il lutto e la vendetta, la ferocia subita e la vergogna inflitta, l'umiliazione e la colpa; e sullo sfondo una consuetudine con la sofferenza e con la morte veicolata da oltre due anni di guerra civile».
«La guerra prosegue nella pace, […] le esasperazioni tolgono i freni inibitori, l'emergenza garantisce un'atmosfera di impunità e l'abbondanza di armi così come l'abitudine ad utilizzarle fa il resto. […] Correlare i due momenti non significa giustificare il dopo con il prima», né significa assolvere, sia pur minimamente, uomini ubriachi di crudeltà e responsabili di inumanità, perpetrate da una parte e dall'altra.
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