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Recensione di Marco Recchi La vicenda personale e politica di Antonio Gramsci, ancora in attesa di una ricostruzione definitiva, appare sempre più come un complesso intreccio di portata internazionale. A settant'anni dalla morte del grande dirigente comunista, Angelo Rossi e Giuseppe Vacca ne offrono una biografia ragionata, che s'incentra, grazie a un ricco apparato documentario, talvolta inedito, sui momenti decisivi della sua lunga prigionia. Del resto, è in cella che egli arriva a precisare la propria posizione teorica: nei confronti del partito, del fascismo, del comunismo sovietico, e di quello italiano. Benché non ancora totalmente disponibile, la corrispondenza di Gramsci è esaminata qui per la prima volta con una metodologia analitica, che “incrocia” sia i suoi carteggi coi vari corrispondenti, sia quelli tra questi ultimi. Ciò consente la lettura diacronica dell'epistolario e dei Quaderni , contestualizzando tutti gli scritti gramsciani nell'ambiente da cui il loro aurore era stato strappato. Consente poi d'interpretare i “codici” da lui usati nei messaggi a Togliatti, ove una visione politica sempre meno ortodossa si cela in commenti letterari, o in oscure metafore, per sfuggire ai rigori della censura. Infine, consente d'illuminare alcuni aspetti dei rapporti con la moglie, strettamente sorvegliati dal PCUS staliniano, e con gli amici, sorvegliati in maniera altrettanto stretta dal PCI. L'opera prende le mosse dal periodo subito antecedente all'arresto, e precisamente dal Congresso di Lione del '26, ove Gramsci propone una strategia in parte difforme dalle indicazioni del Comintern, accolte invece dai suoi compagni. Così, il suo arresto, e la condanna inflitta dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, influenzano le relazioni sia tra i comunisti italiani e i sovietici, sia tra i governi di Roma e di Mosca. Egli, infatti, da un lato critica le epurazioni “anti-troskiste”, benché avversario di Troskij, e le tesi sul “socialfascismo”, esponendo tutto il partito all'accusa di eresia. Dall'altro, costituisce per Mussolini una preziosa “merce di scambio”, spendibile sul tavolo della costituenda intesa italo-russa: il Duce non teme le eventuali proteste del PCI, comunque legate agli equilibri interstatuali tra i due paesi. Il prigioniero ebbe lucida consapevolezza della sua delicata posizione, come mostra il Rapporto steso dal fratello Gennaro nel '30, e ritrovato nel 2003. Antonio si sentiva abbandonato, tradito, dalla famiglia e dai politici a lui più vicini, ma non era ancora, come sarà in seguito, preda di un'“ossessione da complotto”, benché già rilegga con qualche “dietrologia” il «famigerato» episodio della “lettera di Grieco”. Si devono allora correggere i ricordi di Longo, sul suo assenso alla “svolta” attuata dal partito, e le ricostruzioni storico-dottrinali di Spriano, ove il suo giudizio sul fascismo restò circa quello del '26. Soprattutto, si deve riportare la sua battaglia per l'Assemblea Costituente, così avversata da Togliatti, alle tesi esposte già nel '22, e indicanti il vero bersaglio di quel «cazzotto nell'occhio», oggetto di tante e diverse esegesi. Ciò permette di chiarire, sul piano teorico-progettuale e pratico-realizzativo, i vari tentativi di ottenere per lui la pur parziale scarcerazione: da quello del '27, con diniego finale del Duce, a quello – vero o presunto – del '28, sino al «tentativo grande» del '33, di cui, nelle intenzioni di Gramsci, Togliatti non avrebbe dovuto esser nemmeno informato. Del resto, l'opera illumina anche gli aspetti “umani” della triste vicenda, soffermandosi sui dilemmi “morali” del detenuto. Restio sia a chiedere la grazia, pure tramite il partito, sia ad accettare l'ingiusta detenzione, egli spera nell' intervento diplomatico dell'URSS, che tra l'altro consentirebbe al Duce di mostrare la propria “magnanimità”: speranza rivelatasi via via sempre più infondata, sino al tragi-comico epilogo dell'incontro ufficiale tra Mussolini e Litvinov. Al lettore si offre così un'analisi documentata e approfondita, su un uomo politico il cui pensiero, maturato sotto il fascismo, contribuì alla revisione della dottrina marxista, e al suo futuro incontro con la cultura antifascista italiana. |