Carlo Gambescia: Dove va la politica?

Casa Editrice:Settimo Sigillo, 2008

Pagg. 95

Euro 10,00

Recensione di Giovanni Sessa

In quella che è stata definita la campagna d'autunno dell'editoria alternativa, va sicuramente inserita la recente pubblicazione, per i tipi del Settimo Sigillo di Roma, dell'ultima fatica del sociologo Carlo Gambescia, Dove va la politica? Si tratta di un libro intervista, curato da Gian Andrea Ramelli, studioso dei fenomeni comunicativi. Il testo ci pare pensato alla luce delle conclusioni, cui l'autore era giunto nel suo precedente libro, dedicato alla filosofia di Del Noce: si presenta, sotto il profilo teorico, pertanto, come il tentativo di coniugare il decisionismo schmittiano con  la ricerca metafisica, propria del filosofo cattolico. Il testo si apre con la ricostruzione del percorso formativo di Gambescia, che riconosce un debito intellettuale nei confronti di Sorokin, dal quale ha tratto suggestioni e stimoli per la critica del materialismo utilitarista d'occidente, e grazie al quale è sorta, nell'analista sociale, l'esigenza di giungere a una concezione antropologica, non ridotta alla sola dimensione economicista, ma comprensiva degli  aspetti ludici e immaginativi. L'approfondimento dei classici della sociologia, supportato da buone letture filosofiche, hanno indotto in Gambesca una certa diffidenza nei confronti del ripetitivo riduzionismo di certi autori contemporanei, tra gli altri citati, ricordiamo Bauman. Questi, con la teorizzazione della modernità liquida, imposta dai processi di globalizzazione e caratterizzata dall'antipolitica, dalla flessibilità e dalla rinuncia a ogni sogno rivoluzionario, sostituito questo dal flusso mercuriale di denaro e informazioni, in realtà si è servito della classica dicotomia tonnesiana comunità/società, senza riuscire a individuare, nel suo progetto politico, alcuna solidità, alternativa alla liquidità contemporanea. Il pensiero di Bauman, ma soprattutto il limite ora rilevato che lo caratterizza, rappresenta una sorta di paradigma nel quale si dibattano le diverse famiglie ideologico-politiche dei giorni nostri, in Italia come nel mondo. La destra italiana che da sempre si è proposta come portatrice di politiche dei valori non è riuscita,  ad esempio, a leggere fino in fondo la contemporaneità, muovendosi tra gli antipodi di un tradizionalismo integrale, che mai, o poco e male, si è servito dell'indagine economico-sociale, per l'esegesi piuttosto statica e reazionaria che è stata fornita delle pagine di Evola, e il devastante pressapochismo che ha condotto le sue laederships, a legarsi, di volta in volta, al carro del vincitore di turno: dal liberismo reaganiano, al colbertismo economico, senza saper elaborare un progetto alternativo di società. Per dirla con Gambescia: “ Vivono alla giornata inseguendo le provocazioni della sinistra e i lanci d'agenzia” (p. 23). Del resto, anche la sinistra non gode di miglior salute intellettuale, in questo ambito ci si muove tra le prospettive neo-illumuniste, ereditate dalla filosofia politica di Norberto Bobbio, che sul piano dei programmi hanno dato vita a un riformismo incapace di risolvere i problemi delle società complesse, nonostante il credito concesso a tale posizione dai soloni della cultura ufficiale, e il velleitarismo rivoluzionario. In questo ambito, la proposta di Tony Negri sembra vivere nell'attesa messianica che il capitale globalizzante riproduca le condizioni del nuovo conflitto sociale dal quale, come araba fenice, possa risorgere il soggetto antagonista, le moltitudini caratterizzate dalle nuove povertà, di marcusiana memoria; più interessanti, paiono a Gambescia, le tesi di Costanzo Preve relative alle effettive possibilità dissolutive implicite nell'attuale fase storica dell'imperial-ideocrazia americana, maturate, nel pensatore torinese, al di fuori di ogni necessitarismo storico, anche di impianto marxista, fondate sulla positiva valutazione dell'autonomia del politico che: “ ..  non sottovaluta la necessità di affrontare…  eventuali future transizioni” (p. 26). Ci pare che l'autore senta ancora come impellente la necessità di rintracciare sentieri ideali, sociali e politici, in grado di condurre al di là della destra e della sinistra. Ciò lo induce a valorizzare, e giustamente, il contributo teorico fornito da Alain de Benoist alla critica, non aprioristica, alla ragione mercantile, in particolare per aver rilevato come l'appello di certa sinistra alla decrescita, intesa come unica risposta possibile alla pervasività dei consumi, sia puramente astratta, e incapace di farsi carico delle inevitabili conseguenze sociali derivanti dalla decisione politica, che la decrescita stessa dovrebbe imporre. Infatti, prosegue il sociologo: “ Fin quando la sobrietà resta una scelta individuale, e dunque priva di effetti sociali, la libertà non è in gioco” (p. 35). Ci permettiamo di dissentire da tale affermazione, solo in merito al fatto che, a nostro parere, ogni scelta individuale ha effetti, certamente a diversi livelli di incisività,  di tipo sociale. Insomma, la pratica della sobrietà, anche se singolarmente vissuta, ha una connotazione pedagogica in grado di innescare processi sociali mimetici, e non testimonia soltanto un arricchimento interiore. Gambescia, inoltre, critica i teorici della decrescita che credono realizzabile il progresso etico senza la crescita economica, mentre sarebbe necessario individuare il punto del giusto equilibrio tra progresso economico e realizzazione etica. Tali affermazioni paiono, da un lato, alludere a posizioni keynesiane, ma lette più in profondità, ci sembrano rinviare alla necessità di tornare a coniugare la modernità con la tradizione. Sintesi, questa, che rappresenta il cuore vitale dell'esperienza della Rivoluzione Conservatrice, che indusse, nell'ambito della destra italiana degli anni ottanta, il gruppo rautiano da sempre su posizioni evoliane, ad aprirsi alla socialità in una prospettiva metapolitica. Anche a sinistra, del resto, ci ricorda l'autore, vi è stato chi ha colto l'importanza di superare i condizionamenti illuministici, tra gli altri Bruno Arpaia, il quale però si limita a ridurre le aspettative rivoluzionarie, a favore di una dimensione immaginativa autonoma, che rimane, però, nebulosa e astratta. Abbiamo trovato particolarmente interessanti le prospettive di Gambescia relative allo Stato-nazione: questo vivrebbe una fase evolutiva che, nel nostro continente, dovrebbe condurre al definitivo realizzarsi di uno Strato-Nazione europeo. Una realtà E pluribus unum , attenta alle diverse anime interne, unita in termini di cultura, politica estera, militare, economica. Essa, da un lato, sarebbe espressione: “… istituzionale di una forma conflitto otto-novecentesca…  in grado di trasformarsi sotto i colpi della globalizzazione economica…  Andando ad assumere, politicamente, una forma istituzionale del tutto nuova”. ( p. 63). Il lettore attento, avrà certamente colto, come ci si serva, in queste asserzioni, della sintesi di posizioni simmeliane e schmittiane. Del resto, in termini economici e sociologici, oggi non è neppure possibile  parlare di fine della società fordista: il nucleo sistemico del fordismo permane nelle società opulente contemporanee che, a causa di ciò, vivono in modo drammatico il problema dei flussi migratori, tanto che neppure le politiche di “legge e ordine” sono in grado di regolarli e/o di controllarli. Carattere evidente delle società contemporanee è l'estremizzarsi del fenomeno che Gambescia definisce“antismo”. Esso determina, all'interno, contrapposizioni politiche e sociali “forti”, mentre, all'esterno, produce le guerre di civiltà, condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in opposizione  a “partigiani globali”. Questi scontri rappresentano un'idea discriminatoria di conflitto bellico, in cui il nemico è l'incarnazione del male assoluto e, pertanto, l'autore, schmittianamente, ne auspica il superamento. Poche speranze vengono riposte, in questo senso, nel nuovo Presidente Usa, Obama, in quanto rappresentante dei medesimi interessi, quelli dell'apparato economico-militare, e delle medesime logiche politiche, del suo predecessore. Chi ha avuto la pazienza di seguirci sin qui, certamente avrà compreso che, le tematiche trattate nel libro presentato, sono attuali e complesse. Gambescia ci pare essere portatore, comunque, di un messaggio complessivamente ottimistico, che matura da una positiva considerazione dell'uomo e delle sue capacità, nonché dalla necessità, indicata alle avanguardie politiche del nostro tempo di privilegiare, innanzitutto, la rivoluzione culturale, quella che agisce nelle coscienze dei singoli,  rispetto a qualunque progetto strategico immediato. Riuscirà l'uomo della tradizione a coniugarsi con il portatore della decisione, come è simbolizzato dall'immagine di San Giorgio, che l'autore dice di aver davanti agli occhi come lontano ricordo della propria infanzia, oltre che come emblema di questa unità? Tale dubbio chiude le riflessioni sulla politica di Gambescia. Incertezza legittima, anche se, per noi che guardiamo ad altra tradizione, le due figure sono da sempre unite.