A cura di Bruna Giacomini e Saveria Chemotti: Donne in filosofia. Percorsi della riflessione femminile contemporanea

Casa Editrice: Il Poligrafo, 2005

Pagg. 174

Euro 18,00

Recensione di Marco Recchi

Con il volume Donne in filosofia, esordisce la collana Soggetti rivelati. Ritratti, storie, scritture di donne. Nata da una collaborazione tra la Regione Veneto, del presidente Galan, e il Forum d'Ateneo per le problematiche di genere e le pari opportunità, istituito nel 2003 dall'Università di Padova, essa si propone come centro di raccolta di un'intensa attività teorica e pratica. Se il Forum deve costruire un «fruttuoso rapporto tra Università e città», ove interagiscano le varie dimensioni in cui si concreta oggi la “condizione femminile”, l'iniziativa editoriale deve stimolare discussioni sempre più « gender oriented », coinvolgendo, in studi e dibattiti sui problemi legati alla promozione dei diritti delle donne, istituzioni, atenei, associazioni e gruppi di ricerca. Tale volontà “stimolatrice” si riversa nel volume d'esordio, che mutua il titolo da un convegno, di cui raccoglie gli atti, svoltosi nell'aprile 2004.

Il testo è diviso in tre sezioni, dedicate al tema del “sentire”, inteso come «sentire l'altro» e «sentire con l'altro», alla questione della cittadinanza e, infine, alla forma narrativa del racconto, modalità espressiva spesso favorita dalla scrittura muliebre. Nella prima parte, Wanda Tommasi, ispirandosi a Teresa d'Avila, Simone Weil e H. Arendt, sviluppa una riflessione etimologico-filosofica sulla tensione “erotica” della filosofia , o «amore che stravolge». Invece, Anna Maria Calapaj Burlini cerca i luminosi riflessi di «una presenza assente», nel fenomeno della «scrittura mistica femminile» (Margherita da Cortona, Domenica da Paradiso, Maria Maddalena de' Pazzi, Caterina da Siena), mentre Barbara Scapolo studia la «pratica del “sentire illuminante”», teorizzata da Maria Zambrano. Poi, il discorso assume un'impronta socio-giuridica, mettendo a confronto il «modello del diritto» e l'«orizzonte delle relazioni». Diana Sartori, esaminando la “libertà” tramandata dalla Rivoluzione Francese, denuncia nella Dichiarazione dei Diritti dell'89 una prevalente «parzialità maschile», subito colta del resto dalla de Gouges, ma invita a meditare sul «dilemma di Wollenstonecraft», ove la differenza si contraddice se rivendica l'universalità. Elena Pulcini analizza l'individuo moderno, «soggetto contaminato» che non ha ancora scoperto, nella «passione per l'altro», la sola «cura» alle degenerazioni di tale contaminazione, e Liviana Gazzetta risale ai primordi del movimento politico delle donne, trovando, nella prassi delle prime organizzazioni “femministe”, una forte propensione etica. Infine, Saveria Chemotti si sofferma sulla «parola senza voce» di Marianna Ucrìa , nel noto romanzo di Dacia Maraini, e Francesca Rigotti sul carattere poetico-filosofico della metafora, parsa già a Quintiliano una similitudo brevis.

Nel complesso, questi saggi sembrano altrettanti percorsi individuali, difficili da sovrapporre, non da affiancare. Li accomuna il tentativo di recuperare, nel secolare sviluppo del pensiero occidentale, giunto alla crisi odierna, i tratti tipici di una “differenza di genere”. Cioè il tentativo di rapportarsi al «pensiero dominante» per distinguersene, o «pensare differentemente», non per delinearne la “metà oscura”. E' vero, «l'assenza delle donne dalla tradizione filosofica non le rende immuni dai suoi effetti», poiché le dota di strumenti concettuali “eterogenei”, e vanifica ogni ricerca di “nuovi inizi”. Ma, può tutelarle dalla «logica binaria», iscrivente l'intera realtà nella dicotomia di “raziocinio” e “passione”: uno univoco, trasparente, l'altra ambigua, mutevole. Infatti, la «filosofia femminile» mira a riformulare i concetti di eguaglianza e disuguaglianza, per porli in condizione di equilibrio. Perciò, sostituisce alla dialettica azione-reazione, ove si “esce” da sé per poi “rientrarvi”, modalità relazionali ove farsi «contaminare, investire, travolgere dall'altro». Rifiuta il “verticalismo” delle forme giuridiche, e davanti all'aporia di una “politicità” della condizione femminea, di una concreta differenza posta in un astratto principio egualitario, cerca di “sentire” ogni alterità, quasi con una sorta di empatia. Del resto, il suo avvicinamento al sapere consiste in un'esperienza di condivisione, che non azzera le distanze bensì le trasforma, da ostacoli, in tragitti da percorrere, o “passaggi”. Nondimeno, rispetto alle filosofie “maschili”, sembra limitarsi a “trasferire” la priorità speculativa – dall'atto della morte a quello della nascita, quasi dal “trapassare” al “passare” –, e l'esercizio della funzione archetipica – dalla figura paterna a quella materna.

Ma, in ogni caso, l'opera ha il grande pregio di fornire al lettore tutti i mezzi necessari per formarsi una sua opinione, cioè per riflettere sul ruolo filosofico delle donne partendo da ciò che esse hanno detto della filosofia, anziché da ciò che i filosofi hanno detto di esse.