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Recensione di Teodoro Klitsche de la Grange Due intellettuali giunti a destra da punti di partenza diversi (cattolico l'uno, del PSI craxiano l'altro) si ritrovano in una conversazione “leggera” nella forma (assai meno nella sostanza), a ricostruire e giudicare l'evoluzione della (cultura di) destra negli ultimi vent'anni. Sono due gli argomenti prevalentemente trattati nel libro: quello più specificamente politico, della fusione-incorporazione di AN in Forza Italia, e così il venir meno di un soggetto “strutturato” e non marginale di destra. In secondo luogo quello della cultura di destra (parte di quella non conformista) passata dal rifiuto della contestazione del pensiero unico, ciellenistico (prima) e poi “ liberalglobalista”, a tentativi di clonazione di quello (più che altro della prima forma, ancora prevalente in Italia) che talvolta sembrano dettati da una variabile della “sindrome di Stoccolma”, o per dirla à la Girard di un eccesso di zelo mimetico . Attitudine che gli autori criticano vivacemente, non risparmiando le armi dell'ironia. Ed è su questo che occorre concentrare l'attenzione, cioè sulla possibilità e utilità di salvare (o aiutare, anche indirettamente) la cultura egemone - cioè del regime, ormai più passata che presente. Su questo bisogna fare qualche (brevissima) riflessione, compatibile con la natura di questo scritto. Scriveva Pareto, autore tanto caro a Gambescia (come a chi scrive) che la storia è “il cimitero delle élites”, dato che queste hanno una “vita”, che va da una fase di nascita-infanzia ad una di crescita, seguita dalla decrescita (decadenza) infine di “morte” (da cui la storia come “cimitero” di quelle). Spengler formula uno schema simile per le civiltà, articolato nelle quattro stagioni, con l'ultima che si conclude con l'esaurirsi di ogni capacità creativa (ed innovativa). Se Spengler può avere solo una limitata utilità nell'interpretare la crisi italiana perché l'Italia è una componente di una civiltà più vasta, quella del cristianesimo occidentale (o “faustiana” a servirsi della terminologia di Spengler), ben maggiore è quella dello “schema” di Pareto. Nella realtà post-unitaria dell'Italia i liberali risorgimentali furono le élites che conquistarono il potere nel 1848-1861, lo mantennero e caddero – anche per un effetto d'anticipo dovuto alla crisi provocata (e seguita) alla Grande guerra, nel 1922; i fascisti lo mantennero, ma lo persero ad un momento (ancor più) “anticipato” dalla sconfitta militare nella seconda guerra mondiale – nel 1943: le élites “cielleniste” (non lo conquistarono) ma – in misura del tutto determinante – fu loro consegnato dai vincitori del conflitto. Anche se non avessero avuto quel (vistoso quanto occultato) vizio d'origine, dopo quasi settant'anni, la storia sarebbe comunque pronta a bussare. In effetti ha già bussato: con il crollo del comunismo, cioè con la vittoria del blocco capitalistico – occidentale nella Guerra fredda, dovuto a una crisi endogena del “socialismo reale”, la ragione di un certo assetto politico (e di riflesso socio-culturale) è venuta meno. Ma quelle elites – come qualsivoglia elites – avevano il problema di “suscitare la fede nella loro legittimità”, onde l'egemonia gramsciana ne costituiva la soluzione nella prassi di un'occupazione sistematica e quanto più estesa possibile – delle posizioni di potere culturale sia pubbliche (scuole, università) che non pubbliche (giornali, case editrici), Il tutto accompagnato dalla formulazione di una cultura della costituzione (e della resistenza) a carattere azio-catto-comunista. Questa cultura, la cui gamba più robusta era indubbiamente quella comunista, è entrata in crisi già da prima, ma in effetti è stata resa del tutto improponibile dal crollo (per implosione e cioè il peggiore ) dell'ideologia di riferimento : una filosofia della prassi sconfitta sul piano della prassi . Da quel momento hanno preso quota i tentativi di sostituire all'ideologia “passata” qualcosa di nuovo e non cosi improponibile: dal relativismo dogmatico al liberalismo emasculato , dal normativismo al moralismo legalitario (cioè la “religione civile” di una certa burocrazia invadente ). Per di più coniugazioni in diversi campi (e toni) del pensiero debole quasi sempre accompagnato al politicamente corretto. Resta da vedere il significato che può avere un'egemonia senza il progetto forte di riferimento, quando è finita la fede nella società senza classi, nella soluzione dell'enigma della storia, e incrinata quella in altri idola della modernità. Quando, passando ad altri campi, la costituzione materiale – che secondo la definizione di Mortati è il complesso delle forze politiche e sociali che sostengono (e sostanziano) la costituzione – sono già in maggioranza cambiate. Dei sei partiti ciellenisti cinque sono spariti o ridotti ai minimi termini, mentre uno (il PCI) si è suddiviso e “ricomposto” con uno spezzone della DC. Ciò nonostante, mai si è vista tanto in giro la costituzione formale (in tasca, sotto le ascelle, appesa al collo) da quando è cambiata quella materiale : e giustamente perché è diventato il contrassegno (politicamente corretto?) di una minoranza: quella che fa riferimento ad uno o due partiti dell' ancien régime . In questo frangente con un establishement culturale costretto a manovre trasformistiche, prive del consenso (presuntivamente) maggioritario assicurato un tempo dalle forze politiche omogenee, che senso ha civettarci insieme, come fa taluno (non pochi, secondo gli autori)? Il senso potrebbe essere duplice e alternativo: una manovra entrista, del tipo di quella di Ulisse, entrato in Troia col cavallo ma per espugnarla: ma non ci sembra questo il caso, in primo luogo perché Troia era una città fiorente e ricca, mentre il potere culturale italiano può dare qualche impiego o contributo, ma prestigio e ricchezza ideale assai poco (e sempre meno). D'altra parte c'è il rischio che corre una cultura non conformista a civettare, mescolarsi, trasversalizzare con quella di ancien régime, e può portare a qualcosa di analogo a quel fenomeno che Spengler individuava nei contatti tra civiltà (in particolare tra quella greco-romana giunta all'epilogo, e quella giovane, arabo-magica), della pseudomorfosi , cioè del veicolare sotto forme e concetti della precedente contenuti e senso della successiva. Si avrebbe così una sorta di melange , in cui la sostanza prevalente della kultur più recente assume l'involucro (e la forma) dell'antecedente. Qualcuno potrebbe obiettare: cosa c'è di sbagliato o di dannoso in ciò? E in effetti potrebbe essere solo un trapasso logico e poco traumatico dal vecchio al nuovo. Ciò che tuttavia insinua il dubbio che non lo sia è la situazione di decadenza italiana (che ha – parte – causa (anche) in quella cultura) e che ha bisogno non di continuismi, trasversalismi e trasformismi , ma di un netto voltar pagina.
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