STRAVAGANZE BUDDHISTE:
LO STRANO CASO DELLA SOKA GAKKAI.
di Emiliano Di Terlizzi
Nel Giappone del 1930, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, rispettivamente un pedagogo non tra i più brillanti ed un suo epigono, danno vita alla “Società educativa per la creazione di valore”, la cosiddetta Soka Kyoiku Gakkai. I due personaggi si erano convertiti al buddhismo diffuso dalla Nichiren Shoshu, una scuola, tra le altre esistenti, tra quelle che si rifacevano al buddhismo di Nichiren, un monaco (1222-1282) che aveva fondato secoli prima il suo pensiero su radicali e ultranazionalistiche posizioni che gli faranno meritare, tra gli storici occidentali, l’appellativo di “Savonarola giapponese”. La neonata società, dunque, sarebbe stata orientata alla educazione del popolo giapponese sulla base di valori specifici di quell’orientamento. Essa si affiancava in effetti alla attività monastica della Nichiren Shoshu, ma ne rimase indipendente a lungo, attraversando fasi che sarà opportuno illustrare brevemente.
Viene rinominata nel 1946 come Soka Gakkai (“società per la creazione di valore”) con propositi ben più azzardati e grandiosi; pur considerando ancora l’anno 1930 come l’anno della effettiva fondazione del movimento, questo assume solo ora portata mondiale. I suoi membri si impegneranno a propagare il messaggio di Nichiren nel mondo intero allo scopo di promuovere la pace e l’educazione; chiameranno questo progetto Kosen Rufu.
Makiguchi non era però sopravvissuto alla guerra, fu dunque Toda a prendere le redini della SG fino al 1958, anno della sua morte. Abile uomo d’affari, Toda controllava già nel 1943 ben diciassette compagnie, venute meno poi con la guerra[1]. Si impegnò affinché la SG venisse registrata come organizzazione religiosa, cosa che avvenne nel 1952, con l’opposizione della Nichiren Shoshu (da ora NS) che si vedeva depauperata dell’esclusività della propria dottrina. In effetti, così era, giacché Toda atteggiava la sua società a movimento religioso che aveva la stessa dottrina e la stessa pratica della NS, senza avere legame alcuno con i monaci, ma anzi venendo ad essere considerato dai membri come fosse un patriarca! In altre parole, ciò che i monaci guardavano con sfavore, al di là di meri interessi economici che pure vi erano, era lo strapotere che la presidenza della SG, cioè Josei Toda cominciava ad avere tra i praticanti laici. Comunque l’accordo fu trovato e la SG venne riconosciuta dalla NS a patto che la consegna del Gohonzon[2] e l’ufficio cerimoniale fosse riservato ai monaci. Si immagini il lettore se il Papa cattolico vedesse laici celebrare messa di rito cattolico e magari vedesse il presidente di Azione Cattolica divenire importante e influente quanto la Santa Sede, atteggiandosi pure a Papa! La preoccupazione dei monaci non era ingiustificata.
La SG trovò molta fortuna e riuscì a contare centinaia di migliaia di famiglie-membro già nei primi anni. Motivi di tanto zelo sono da ritrovarsi certamente nella modalità con cui si faceva proselitismo facendo leva sui personali bisogni delle persone. A tutti i collaboratori e praticanti, Toda, grande oratore, prometteva benefici e felicità come esito della pratica e questo, in un Giappone reduce dalla bomba atomica, certamente non poteva non avere grande effetto. Toda somigliava un po’ a quei “maestri” che oggi, come ieri, si sentono legati alla salvifica missione di portare l’umanità ad una nuova era (!) e che a volte vengono presi in considerazione più di quanto si dovrebbe…a scapito di un buono psicoterapeuta!
Le forme estreme di proselitismo che raggiungeva a volte l’abuso del ricatto morale su situazioni spesso drasticamente drammatiche (del tipo “se pratichi tutto si realizzerà, ma se non pratichi così come è detto, tuo figlio malato, morirà”[3]) fecero venire il mondo giapponese, soprattutto negli anni ’50, in forte diffidenza nei confronti della SG[4]. Tale situazione di “crisi diplomatica” venne poi parzialmente superata dal nuovo presidente Daisaku Ikeda, discepolo di Toda, che prese le redini della società dal 1960 a oggi, salvo per alcuni periodi intermedi. Ikeda porta la SG a divenire l’organismo internazionale che è oggi; nel 1975, nasce infatti la Soka Gakkai International che in tutto il mondo conta oggi 1500000 membri circa[5].
Ultimo elemento significativo della storia della società religiosa è la definitiva rottura con la Nichiren Shoshu, avvenuta nei primi anni ’90 e la distribuzione di nuovi “scomunicati” Gohonzon. Da allora la SG è un ente autonomo, senza alcun legame con il clero e organizzato con propri ministri di culto.
Definita per le linee essenziali la storia di questo movimento, sarà opportuno, prima di procedere ad una analisi critica, definirne le caratteristiche dottrinali essenziali.
Si è detto che la SG si rifà al buddhismo del monaco medievale Nichiren il daishonin, il gran maestro. Nichiren ebbe una vita travagliata, in contrasto con le scuole dominanti e con il potere politico; divergenze che gli faranno rischiare la condanna a morte più volte. La fondamentale critica che Nichiren muoveva al suo tempo era di avere dimenticato l’autentico messaggio del Buddha Shakyamuni e di essersi persi in falsi buddhismi, primo fra tutti l’odiatissimo amidismo di Honen. Compito dei difensori della vera Legge, dell’autentico Dharma, è di colpire con il bastone e distruggere la falsità; pena per l’inadempienza verso tale dovere la caduta del Giappone in disgrazia. Secondo Nichiren, era infatti colpa di queste negligenze di politica religiosa se il paese si trovava tra guerre, invasioni e carestie. Al centro delle dottrine del monaco vi erano il Saddharmapundarikasutra, il “Sutra del Loto della Legge Meravigliosa” ed i commenti del maestro Chi’i, filosofo cinese di qualche secolo prima, meglio conosciuto come Tien’tai, dal nome del monte ove fondò la sua scuola; ma Nichiren conosceva bene anche le altre scritture, le quali però non avevano che un ruolo propedeutico al supremo tra i sutra. Mosso a compassione degli esseri viventi (e, aggiungiamo, “giapponesi”, date le sue esasperate tendenze nazionalistiche che gli proponevano il Giappone come terra eletta del buddhismo!), Nichiren scrisse un mandala raffigurante il titolo del sutra, nella sua traduzione cinese Myoho Renge Kyo, con altri nomi sacri oltre al suo. Tale pergamena diveniva l’oggetto di culto dei suoi devoti, che dinanzi ad essa recitavano il mantra supremo, Nam Myoho Renge Kyo, unica via di salvezza nel terribile Ultimo Giorno della Legge, l’epoca oscura di Mappo, cioè la attuale.
Anche Nichiren offriva ai suoi praticanti la via per la felicità, per innumerevoli benefici e per l’illuminazione. Egli sosteneva di avere allungato perfino la vita della sua madre malata per più di due anni attraverso la recitazione del mantra.
Tra i molti scritti di Nichiren, raccolti tutti nel Gosho, una sorta di opera omnia postuma in più volumi, i soli che in effetti meritano di essere nominati per il loro valore letterario e filosofico, sono il Rissho Ankoku Ron (“Assicurare la pace al paese attraverso l’adozione del vero buddismo”, 1268-69) e il bellissimo Kaimoku Sho (“Discorso sull’apertura degli occhi”, 1272); gli altri scritti sono perlopiù lettere indirizzate ai devoti e qualche saggio minore[6]. Alla morte di Nichiren, nel 1282, i suoi epigoni continuarono il suo lavoro. La forte connotazione politica del pensiero di Nichiren, che vedeva nel Giappone la nazione “eletta” per la diffusione del vero buddhismo, sono evidenti anche ai giorni nostri: basti vedere le continue influenze politiche che la SG esercita, non ultime le collusioni con il partito di destra moderata del Komeito, oggi interrotte per “scandali”[7]…
Detto tutto questo, siamo ora pronti per vedere quali sono le attività della SG, in relazione al buddhismo del tanto venerato maestro.
L’organizzazione della SG è come quella di una società di net-work marketing. Una piramide di responsabili di qualcosa, “responsabili giovani uomini/donne”, “responsabili adulti”, “responsabili studenti/studentesse”, “responsabili gruppo”, “responsabili settore”, “responsabili area”, “responsabili nazionale”, “responsabili praticanti gay/lesbiche” ecc. tutto secondo una ben precisa gerarchia che fa capo al presidente Ikeda in Giappone. Il responsabile si assicura che i praticanti suoi sottoposti siano correttamente indirizzati nella pratica secondo precise direttive che gli vengono impartite dall’alto. Metodo di proselitismo, lo stesso: “confuta e convinci”, ma più che altro “prometti”…
A questo punto è importante comprendere delle cruciali distinzioni. Una cosa è il buddhismo di Nichiren, altra cosa è l’interpretazione della Nichiren Shoshu e della Soka Gakkai, altro è l’effettivo comportamento dei praticanti e le loro credenze. È possibile notare l’incredibile dissonanza fra ciò che è scritto nei testi di Nichiren o della stessa società, e ciò che è effettivamente realizzato e creduto dai praticanti.
Per avere una comprensione completa del fenomeno, dovremmo procedere ad una dettagliata analisi che rispetti tali distinzioni, ma lo spazio tiranno ci obbliga a concentrare l’attenzione all’effettiva attività della SG, anche perché, la critica che qui si vuole svolgere ha l’obbiettivo di chiarire se la SG possa considerarsi effettivamente in linea con il buddhismo stesso, così come lo si conosce in generale, attraverso la storia; in altre parole, il quesito è questo: possono i praticanti SG considerarsi buddhisti? È dunque a loro nello specifico che va rivolta la nostra attenzione; del resto, la SG non è fatta né da Nichiren, né dal Gosho, né da Ikeda, ma dai suoi praticanti.
Per far sì che il discorso presenti un filo comprensibile, l’autore racconterà la propria esperienza come praticante simpatizzante della SG, esperienza durata per circa un anno, tra il 2000 e il 2001.
Il mio primo contatto con la SG fu per merito di un mio caro amico, il quale mi invitò ad un incontro che viene chiamato “riunione di discussione”, tenuto il giovedì presso le case di praticanti disponibili. Nel caso, si trattò della casa di un noto personaggio del mondo dello spettacolo. Questa attività di propaganda, o meglio di “parlare della pratica a qualcuno” viene definita dal termine Shakubuku; già qui è presente una incongruenza. Questo termine risale al sutra della regina Shrimala di Ayodhya nella lettura del maestro reggente Shotoku(574-622); insieme allo Shoju, forma il miglior sistema di propaganda buddhista, mai escogitato. Mentre lo shoju consiste nel mostrare i benefici della pratica allo scopo di trovare consenso, lo shakubuku rappresenta l’arte del confutare il falso buddhismo[8], l’arte cioè di convincere gli altri della falsità della loro opinione per renderli seguaci della nostra. Come è possibile vedere, il “parlare della pratica”, che i praticanti SG credono essere il significato del termine, è assolutamente lontano. Shakubuku diviene paradossalmente anche il “titolo” della persona che presenta qualcuno alla società! Nel caso in questione, il mio amico sarebbe divenuto il mio shakubuku. Già qui è necessario muovere diversi rilievi teorici. Innanzitutto, sebbene la discussione dialettica è sempre stata viva negli ambiti religiosi ed anzi essa rappresenta forse il momento più vivo della formulazione della dottrina, certamente ciò non vuol dire che essa rappresenti lo strumento di accesso al “vero buddhismo”. Anzi proprio il secondo capitolo del sutra del Loto, che insieme al sedicesimo costituiscono la struttura portante del messaggio del Loto, viene intitolato Espedienti, proprio ad indicare l’infinità di possibilità che il Buddha adotta per portare alla buddhità ogni individuo. Nella discussione dialettica che porta ad una “conversione”, quale quella prevista dallo Shakubuku, è evidente che l’opinione altrui non viene affatto considerata un espediente , ma un ostacolo da rimuovere. Questa posizione è assolutamente in contraddizione con quanto più volte ribadito dal sutra del Loto. Ma anche con le dottrine buddhiste meno recenti: si ricordi come nel canone pali, il Buddha prenda le distanze da semplici posizioni logico-dialettiche; così come nel buddhismo mahayana[9], ad esempio T’ien T’ai[10] con le sue tre verità – che costituisce la base del pensiero di Nichiren – nega il valore della dialettica ed innalza quello della meditazione, in quanto tutti gli insegnamenti sono “provvisori”, non definitivi, come del resto tutti i sutra mahayana confermano. Qui, è da chiedersi se il pensiero di Nichiren sia stato effettivamente compreso, giacché, al di là della mala comprensione del termine shakubuku da parte della SG, sembra strano che un attento studioso di buddhismo possa essere caduto in una falla di tale livello, anche in considerazione del fatto che è Nichiren stesso a sottolineare il valore dell’“espediente”. Secondo SG, l’espediente ha valore se porta alla pratica (di SG, ovviamente); altrimenti è provvisorio, fallace. Ma per espediente, il Loto, non intende la maniera con cui si convince una persona alla pratica, bensì la pratica stessa! Questa semplice verità, che Nichiren in fondo riconosce, sembra essere stata rimossa nella maggior parte dei praticanti SG. Essi pensano che la loro pratica sia la definitiva, l’unica reale, l’unica in grado di condurre all’illuminazione. Espediente è ogni scusa che porti una persona a quella pratica. Tutto il resto è una provvisoria e pericolosa illusione.
Proseguendo, arrivati a casa di questo illustre ospite, venni catapultato nella strana sonorità del mantra Nam Myoho Renge Kyo, il famoso Daimoku, o recitazione. Una trentina di persone ripetevano il mantra per un’ora e alla fine la recitazione in lingua cinese del secondo e del sedicesimo capitolo del Loto; il tutto fissando una pergamena, il famoso Gohonzon. La successiva illustrazione della pratica non fu molto soddisfacente: una serie di persone narrarono le tragedie della loro vita e di come grazie ai benefici ottenuti dalla pratica, tutto fosse ora diverso. Sembrava qualcosa a metà tra una seduta di un gruppo di auto-aiuto e la pubblicità di un mago! Comunque, alla fine alla mia richiesta di chiarimenti in merito al rapporto con il buddhismo che io conoscevo (quello che ha per obbiettivo l’illuminazione e non un beneficio terreno), non mi venne detto alcunché se non un “è tardi per una domanda del genere”. Il mio amico, così entusiasta, mi convinse a rimanere per qualche altra volta. Queste riunioni di discussione non erano affatto di discussione, perché di fatto era solo la maniera per raccontare le proprie tragedie risolte dalla pratica. Ora, con tutta la compassione possibile per quei casi, certamente mi aspettavo di più da una pratica buddhista. Così un giorno, forte del fatto che una ragazza aveva iniziato a porre delle sue personali critiche sullo stesso punto, feci esplicitamente notare che fino a quel momento ci erano stati esposti i “miracoli” economici di P., la guarigione di F., l’amore ritrovato di L., la fine della depressione di S., ma mai due parole su come si diventa il Buddha, il risvegliato. La risposta fu una risata e “ma quello è un obbiettivo lontano, tu che desideri ora….! Percosso e attonito, sbigottito a tale estraneità dal pensiero del Buddha, dissi che il mio desiderio, il motivo per cui mi trovavo là era l’illuminazione, e non mi ero fatto l’illusione che sarebbe stata un traguardo “vicino”; la risposta, alla quale seguirono numerose altre critiche, anche inopportuni insulti a dire il vero, fu che se volevo praticare bene dovevo avere degli obbiettivi da raggiungere, dei desideri per i quali valesse la pena prostrarsi ore a recitare fissando quella pergamena-mandala.
Ecco qui il centro della pratica: l’attivazione del desiderio! Ma ciò è l’esatto opposto del pensiero buddhista di qualsiasi scuola e di qualsiasi tempo! Alla SG si insegna che “tutti i desideri terreni sono illuminazioni”, proposizione più volte pronunciata da Nichiren. Ma siamo sicuri che Nichiren intendesse che più desideri, più sei portato a praticare, più ti avvicini all’illuminazione, intesa come felicità terrena? Il discorso è qui complesso, perché in effetti spesso egli pronuncia frasi del genere; tuttavia sarebbe più opportuno pensare che il senso che Nichiren ha dato a simili proposizioni sia che l’attività illuminata del desiderare, vale a dire la consapevolezza del proprio desiderare e della conseguente sofferenza, porta in effetti alla luce la propria personale sofferenza e, dunque, induce alla ricerca della liberazione. Possiamo intenderla così, nel tentativo, forse un po’ forzato, di salvare il monaco da una eresia di difficile risoluzione...
Sta di fatto che la SG induce i suoi praticanti all’attaccamento, ad una deliberata ricerca collusiva con l’attaccamento che certo non fa che rinforzare le catene del praticante invece di portarlo alla liberazione. L’attaccamento, ove non presente in maniera particolare, viene generato attraverso frustrazioni generate da rinforzi sociali all’interno della SG stessa. Assai curiosa è l’organizzazione della società. Un responsabile SG, forse più illuminato di altri ha paragonato la SG a una associazione di vendita multi-level, una gigantesca piramide di “responsabili di qualcosa”. Ma questa possibilità di “carriera” all’interno della SG è già di per sé qualcosa di fortemente anomalo nel panorama buddhista, perfino ecclesiastico! Basti pensare che il celebre Dalai Lama, per il buddhismo tibetano, non è l’equivalente del Papa cristiano, il buddhismo non conoscendo gerarchie di ordine. Egli, in quanto considerato incarnazione del bodhisattva[11] Avalokitesvara, viene tenuto in considerazione più di altri per la sua saggezza e per il suo amore, ma non è il “capo” dei buddhisti tibetani. Al contrario la SG costruisce una catena piramidale di responsabili che culmina alla fine con Daisaku Ikeda. Il triste è che, il più delle volte, quella che dovrebbe essere una semplice “carica organizzativa” diventa modo per sentirsi i maestri spirituali di qualcuno; in altre parole, il narcisismo fa trionfale apparizione e, rinforzato dall’organizzazione, diviene la vera guida del praticante, con buona pace del Buddha! Così, in quella che diviene terra di nessuno, ogni responsabile tende a dare la sua personale interpretazione del messaggio di Nichiren e a spacciarla come parola autentica! Fortunatamente, però, la situazione non è così caotica, perché i responsabili sono scelti in base alla fedeltà, anche dottrinale, che hanno dimostrato davanti ai superiori; così, di fatto, una certa dottrina, quella di Ikeda o dei suoi immediati sottoposti, è fatta salva. Posso testimoniare di un ragazzo che dimostrava opinioni contrarie a quelle della maggioranza. Dopo ripetuti tentativi di coercizione, che facevano leva sulla mancata realizzazione degli obbiettivi e su un possibile allontanamento qualora il dissenso fosse continuato (!), gli venne fatta arrivare la voce, molto ufficiosamente, che qualcuno in alto aveva fatto il suo nome per la responsabilità di un piccolo gruppo, ma che le sue più recenti posizioni non giocavano certo a favore della sua nomina. Non appena saputo ciò, il ragazzo attenuò progressivamente i suoi toni, fino quasi a conformarli con quelli della SG ufficiale. Ora anche egli è “responsabile di gruppo”, vale a dire un “comprato” dalla SG. Il narcisismo lo ha giocato, l’orgoglio non gli ha fatto vedere che le sue posizioni erano esatte, ed è la SG ad essere sbagliata. L’organizzazione, non potendo lottare contro il fatto che il ragazzo aveva visto giusto, lo ha giocato con l’ego; certo che questa è una strategia che appartiene più a Maara il maligno che non al Buddha, non pare?
La SG sembra dunque puntare sulla sollecitazione egoica, che necessita più di catene che non di liberazione.
Altro elemento anomalo rispetto al pensiero buddhista è la profonda idolatria tra i praticanti, rispetto alla pergamena. Tutti sanno che il Gohonzon rappresenta solo la personale buddhità e non ha poteri sovrannaturali, è scritto ovunque; ma queste sono solo chiacchiere ipocrite, perché di fatto molti sono convinti che recitare davanti alla pergamena non sia uguale al farlo senza, quasi che essa avesse eccome un intrinseco potere sulla pratica. Alcuni sono attaccati a quel foglietto di riso al punto da essere caduti in lacrime quando la scissione dai monaci portò ad una sua sostituzione[12] da parte della SG. Anche la maniera di richiesta che viene fatta al Gohonzon sembra quella di una richiesta di grazia fatta nei confronti di un santo cristiano! Ore e ore di recitazione per ottenere ciò che si vuole. Questo procedimento si avvicina ad una vera e propria pratica rituale di tipo magico. Dinanzi all’idolo, si offre incenso acqua e formule magiche (quello che si dice essere un mantra) in cambio di amore, salute, e ricchezze. Sì, in effetti, tra il rito della SG e quello di una pratica magica non v’è alcuna differenza. Strano che al momento dell’ingresso nella SG, i responsabili si assicurano che magia alchimia e cabala non vengano praticate dal richiedente; strano il fatto che la cabala, che in fondo rappresenta la forma più alta del misticismo ebraico, sia annoverata insieme alla magia, sottinteso nera…
A tutte le maniere, la SG non sente ragioni; la pratica non è una pratica magica e la recitazione del mantra porterà, dopo avere realizzato tutti i desideri fino alla illuminazione, è certo! Questa è la pratica insegnata da Nichiren Daishonin nell’Ultimo giorno della Legge[13] e vincerà su tutti i buddhismi provvisori, cioè falsi!
Fermi restando i dubbi rappresentati dall’effettiva aderenza al pensiero del monaco medievale, vi è una stranezza ancora più calzante che va rilevata. Questa incongruenza emerge nel rapporto tra Nichiren e l’odiatissimo amidismo contro il quale si scagliò violentemente. Dell’amidismo, ce ne parla egli stesso diffusamente nei suoi scritti, ma un ottimo “riassunto” della polemica è offerto dallo studio di Henri De Lubac su Amida[14].
Il cardinal De Lubac manifesta una propensione esplicita per Honen e l’amidismo, che rappresentano l’esempio più vicino al pensiero religioso occidentale cristiano. Honen riteneva che non occorresse tanto studio dei testi buddhisti, la compassione del Buddha manifestandosi liberamente in coloro che sono capaci di accoglierla. E il modo migliore di essere disposti a ricevere la grazia era invocare il vero nome del Buddha Amida[15], attraverso il Nembutsu, vale a dire il mantra Namo Amida Butsu, onore al Buddha Amida! Attraverso la ripetizione continua del mantra, il praticante raggiungerà l’illuminazione e incredibili benefici terreni. Tutte le pratiche dei buddhismi precedenti, incluso il clamore per i vari sutra non sono altro che lo strumento di potere con il quale la compassione del risvegliato viene allontanata tra mille chiacchiere.
Il lettore attento avrà già capito dove si vuole arrivare; Nichiren si scagliò violentemente contro Honen e l’amidismo. “Attendere l’avvento di Amida al momento della morte come fanno tutti i giapponesi di questo secolo, è come volere allevare vitelli con latte di giumenta, come voler vedere l’immagine della Luna in uno specchio di mattone!”[16]. Egli criticava il fatto che Honen proponeva una pratica facile, per cuori pieni di orgoglio e sufficienza, rinnegando le antiche pratiche come “inutili” e i sutra come incomprensibili. Insieme con il Loto, che proponeva la teoria degli espedienti, Nichiren sosteneva la validità degli altri sutra i quali si trovavano in una contraddizione solo apparente, non reale, consistendo in espedienti che culminavano nel Loto stesso. Ma non era per lui accettabile che il rilassamento della tensione meditativa prodotto dal nembutsu potesse costituire un espediente; ancora più inaccettabile era la sostituzione dell’unico Buddha, lo storico Shakyamuni, con un Buddha semplicemente dottrinale come era Amida. È poi da dire che Nichiren, che pure criticò gli altri buddhismi, ne faceva rilevare più che la falsità, la loro inattualità e il loro decadere a mera ritualità. Al contrario, pensare di raggiungere l’illuminazione con la semplice recitazione di un mantra era per Nichiren poco più che una ingenua e pericolosa follia!
Ora, ci si chiede: una persona di senno, potrebbe avere criticato questa via “facile” per l’illuminazione, solo per istituirne una praticamente identica? Si notino differenti punti di vicinanza tra l’amidismo e la SG; innanzitutto la sostituzione del mantra non ha cambiato il fatto che la pratica è la stessa. In secondo luogo, anche la SG ha sostituito il Buddha storico con Nichiren, il quale, lungi dall’aver mai detto di essere un risvegliato, viene visto come il Buddha dell’Ultimo giorno della Legge, al posto di quel Maitreya che la tradizione vorrebbe essere il prossimo Buddha. Ma queste sono inferenze che la SG ha tratto molto forzatamente da alcuni testi ultimi del maestro che mai affermò nulla di più che un sentirsi prossimo al nirvana.
Nella sostanza, se a Namo Amida Butsu sostituiamo Nam Myoho Renge Kyo, e ad Amida sostituiamo Nichiren, il gioco è fatto: siamo di fronte all’amidismo del XX secolo! Ciò è ulteriormente dimostrato dal fatto che la SG tiene più in considerazione i testi di Nichiren che non il Sutra del Loto stesso. Il povero Nichiren, il quale si fece quasi uccidere in difesa del Loto, vede oggi rinnegare la supremazia del Loto proprio dai suoi discepoli, e a causa dei suoi scritti! L’ironia della sorte è stata proprio crudele…
I membri della SG, invece di promuovere il Sutra del Loto e di diffondere la sua dottrina dell’espediente, il più delle volte non lo hanno neanche mai letto una sola volta, eccezion fatta per i due capitoli liturgici, letti però, in lingua cinese. Al contrario, fanno a gara per assicurarsi una copia di tutti i volumetti del Ghosho di Nichiren. O, e forse è peggio, si accalcano per l’acquisto dell’ultimo scritto del presidente Ikeda, il quale viene considerato da qualcuno un Buddha in persona! Ikeda, va detto, non ha mai appoggiato esplicitamente il culto della sua persona; anzi, a parole ha anche avvertito di non entrare in questo atteggiamento di adorazione; ma al di là di qualche discorso, di fatto non ha mai fatto nulla affinché ciò non avvenisse. Se non è un Buddha, egli certamente è, per i membri della SG, il “maestro”, senzei. Il motto in voga ultimamente fu “Io ho un maestro!”. Considerando che le direttive “propagandistiche” vengono dal Giappone stesso, non è difficile comprendere quale siano le vere intenzioni di Daisaku Ikeda. Fra un po’, c’è da aspettarsi che persino il Ghosho sia sostituito dai libri di questi! E, in effetti, è da pensare quanto vi sia di autenticamente nichireniano nel pensiero della SG…
Comunque, a questo punto possiamo cominciare a trarre delle conclusioni in merito a quanto di buddhista vi sia nella SG. È possibile, si è visto, muovere alla SG le stesse critiche che Nichiren mosse all’amidismo; in fondo, è come se lo stesso Nichiren si scagliasse contro la SG.
Mentre il buddhismo vuole che la via sia poggiata sulla propria interiorità, senza entrare nel merito dell’anatman, la SG si appoggia al culto della persona, sia questa Nichiren (in una strana visione di questi!) o Ikeda; mentre nel buddhismo ogni raffigurazione sacra è funzionale e non costituisce oggetto di culto se non nelle forme più deteriori, la SG ha un oggetto di culto preciso la cui presenza o assenza ha un peso sulla realizzazione della pratica, la pergamena; mentre il buddhismo prevede un radicale cambiamento di stato attraverso meditazioni profonde, la SG ritiene di far raggiungere l’illuminazione attraverso la semplice recitazione di una invocazione mantrica; mentre i buddhisti praticano per liberarsi dagli attaccamenti terreni, i membri della SG sono sollecitati ad avere obbiettivi materiali e, dunque, attaccamenti terreni; mentre il sangha, l’ordine, non costituisce una chiesa ordinata per livelli, qualsiasi sia l’orientamento, la SG è organizzata in maniera strettamente gerarchica come una piramide net-work marketing; mentre il maestro buddhista deve attendere che sia il postulante a chiedere che gli venga impartito l’insegnamento e nessuno lo trattiene quando desidera interrompere la pratica, la SG fa uso di strumenti coercitivi occulti e morali per propaganda e per indurre alla pratica i neo adepti o i praticanti “indecisi”; mentre i movimenti di laici hanno sempre tenuto presente l’importanza del monaco e della vita monacale, per la SG essere monaci, ai fini della realizzazione, è irrilevante; la SG ha, inoltre, commistioni ambigue con la politica e il mondo economico (alcune società della SG internazionale sono società di capitali e non enti religiosi o associazioni senza fini di lucro).
Quanto ciò sia nell’autentico spirito del Buddha, o dei Buddha se si preferisce, è a questo punto pressoché inutile sottolineare ancora. L’evidenza della lontananza della SG da qualsiasi forma di buddhismo è affermata praticamente dallo stesso Nichiren, che si espresse a proposito dell’amidismo come oggi lo sto facendo nei confronti della SG.
La SG non è, né e mai stata un movimento buddhista, ma una organizzazione settaria socio-politica pura che fa sì uso di terminologie buddhiste, ma che non ha mai sperimentato l’autentico spirito buddhista, neanche quello di Nichiren. Si rifletta sulla sottile perfidia che si cela sotto il principio del kosen rufu, la ricerca della pace nel mondo, preteso obbiettivo primario della SG. Questa “pace nel mondo” appare, a chi ha l’occhio più sveglio, la realizzazione di un delirio di onnipotenza che ha una base essenziale di una violenza inaudita. Ove tutto viene considerato provvisorio in attesa della verità suprema (quella della SG), ove tutti i credi altri sono considerati come portatori di dolore; ove non c’è rispetto per il dissenso, perché ritenuto a priori fallace; ove si annulla ogni possibilità dialettica, perdendosi nel culto di una persona di spicco considerata ben al di là della sua semplice effettiva umanità; ove vi è tutto questo, ci troviamo dinanzi alla tragica azione di una sottile metafisica, la quale è in sè violenza e sopraffazione. In altre parole, la pace nel mondo che vanno sognando Ikeda e la SG, anche se inconsapevolmente e, perché no, in buona fede, non è altro che una forma odiosa di totalitarismo che non ha intenzione di portare l’uomo più in alto come dovrebbe essere nelle intenzioni di un vero buddhismo, bensì nasconde l’insidia della completa schiavitù e di un oscurantismo da Savonarola!
Concludendo quella che non è una critica rivolta esclusivamente alla SG, ma piuttosto a tutte quelle sette che si propongono come uniche e autentiche depositarie di qualcosa, qualsiasi cosa, e rivolgendomi alle persone che hanno avuto a che fare con simili pericolose organizzazioni, vorrei riportare, quasi ironicamente, due pensieri, rispettivamente di Honen e di Ruysbroeck:
“Non vi erano eretici sotto la presente dinastia: ora ecco che attraverso di essi Maara ordisce già i suoi piani.”
“…non vogliono conoscere né il bene, né il male e pretendono di avere scoperto in sé stessi…l’essere senza modi…Molti che sembrano spirituali sono presi da queste idee e diventano peggio dei demoni”[17].
[1] D.M.Bethel, Makiguchi, le createur de valeurs, Monaco 1996.
[2] Pergamena di riso recante un mandala scritto da Nichiren stesso, con funzione di oggetto di culto.
[3] La violenza di una simile affermazione e la verità di tali avvenimenti è comprovata anche da una recente testimonianza di A., praticante membro della SG italiana, al quale veniva imposto di convertire alla pratica anche la sorella al fine di salvare la povera madre malata di cancro da qualche anno. La cosa portò solo disarmonia familiare e crisi di ansia molto profonde.
[4] D.M.Bethel, cit. pag 99.
[5] Tavola membri dell’Ufficio Relazioni Pubbliche SG, Giappone anno 1995
[6] La Soka Gakkai pubblica una raccolta completa del Gosho presso le sue edizioni private; ne è disponibile una parziale edizione in italiano in 8 volumetti.
[7] P.Williams, Il buddismo Mahayana, Roma 1990, pag.192.
[8] cfr. Anonimo, Gyo, la pratica corretta, Roma 2001, pag.23
[9] P.William, Il buddhismo mahayana, Ubaldini, Roma 1990.
[10] P.L:Swanson, Foundation of T’ien-T’ai philosophy, USA 1989.
[11] Bodhisattva: essere fatto di bodhi, di saggezza e compassione supreme, il quale ritarda il proprio nirvana a beneficio di tutti gli esseri viventi.
[12] Anche qui l’ipocrisia: se la pergamena è solo simbolica, che bisogno v’era di sostituirla con una dispensata dai laici?
[13] Ultimo in riferimento alla nostra epoca, inclusa quella di Nichiren, è quella ove la parola del Buddha è perduta.
[14] H.De Lubac, Amida, in Aspetti del buddismo, Jaka book, Milano 1979, pagg.304 e segg.
[15] Amida, Amitabha, Amitayus: personificazione della compassione, uno dei Dhyani Buddha, le qualità personificate del Buddhas, intermediario tra la terra e la realtà suprema, esotericamente il sé superiore che ha sede nel cuore.
[16] Nichiren, Trattato essenziale sul Loto, Renondeau, pag 303
[17] citati in De Lubac, op. cit., pag.307.