Da una prospettiva imperiale


Conversazioni in tema d'Europa

Parliamone con Gian Franco Lami e Augusto Sinagra

 



GFL

E' piuttosto curioso che, nei trent' anni seguiti alla morte di Julius Evola, il prodotto editoriale in cui si sono impegnati i suoi tanti studiosi, non abbia realizzato niente di pregevole per mettere allo scoperto l'idea evoliana di Europa. Se si esclude una raccolta antologica di Gianfranco de Turris, uscita qualche anno fa, nessuna pubblicazione di rilievo mi sembra che affronti l'argomento con la dovuta competenza. Eppure, su questo tema, egli si cimentò ripetutamente, anche se per brevi cenni, tuttavia sempre significativi. Ne risulta una lettura delle condizioni di attuabilità del mito europeo, collegate ovviamente alle circostanze storiche che accompagnavano tale lettura, comunque suscettibile di una projezione interpretativa di qualche utilità, ancora adesso. Sì!, perché il discorso di Evola ben si presta a chiarirci, in primo luogo, le soglie di tolleranza dell'esperimento "costituzionale" cui stiamo assistendo; in secondo luogo, dimostra la praticabilità - o meno - di quel processo di unificazione, cui tante forze furono nei secoli impiegate e altrettante si opposero, fino al momento dell' odierna "Comunità Europea".

Le linee direttive, sulle quali Evola osò pensare la realizzazione di un'Europa sovranazionale, hanno origini diverse, ma si congiungono su un unico obiettivo. La diversità di tali origini è dovuta a motivi in parte contrastanti, come il passaggio che lo stesso Evola maturò da una prospettiva tradizionale del tipo "mediterraneo", a una prospettiva del tipo "ario-romano", o "iperboreo".

L'obiettivo fu tuttavia piuttosto costante. Esso mirava a configurare il piano di un'alleanza, al di sopra delle "genti" e degli Stati, tanto valida e coesiva, quanto legittimata dalle rispettive componenti. E la legittimazione del simbolo istituzionale di tale alleanza, l'Impero, come sintesi autorevole del molteplice politico, sarebbe risultata dall'amplesso concorde delle tante dinamiche concorrenti, quanto più soddisfatte e realizzate in piena autonomia.

Ecco, riterrei giusto proporre un punto di partenza proprio da qui: quale ruolo può giocare, ancora oggi, o (forse) solo oggi, l'idea di un'Europa sovranazionale? laddove l'idea di un'Europa internazionale tarda in modo così vistoso ai suoi ripetuti appuntamenti? L'interrogativo può vieppiù accreditarsi, alla luce della recente bocciatura della menzione di un "radicamento" cristiano nel trattato costitutivo dell' attuale aggregazione di 27 "popoli" del Vecchio Continente.

 

AS

Credo che nel tentativo di valutare prospettive e percorsi dell'integrazione europea bisognerebbe preliminarmente interrogarsi - con la dovuta franchezza - su un interrogativo di fondo che, tra l'altro, ha valenza onnicomprensiva e quindi anche giuridica: quanta assonanza esiste, quanto effettivo legame si può ritrovare tra la volontà politica che, ormai da un cinquantennio, spinge - in modo sempre più pressante - verso forme di integrazione sempre più vincolanti (ma non necessariamente anche più evolute) e, dall'altro lato, l'effettiva percezione che le varie società europee, le diverse basi sociali hanno di questo stesso processo immaginato dalla politica. Voglio dire che mi sembra di avvertire uno scollamento tra le mire “unioniste" di Bruxelles ed una reale partecipazione, un reale coinvolgimento dei popoli europei in tale processo. Si ha l'impressione che i popoli europei, lungi dall'avvertire valori e sentimenti comuni, riducano spesso l'integrazione europea ad una serie di vantaggi minimalisti (i diminuiti vincoli alla libera circolazione) e svantaggi massimalisti (su tutti, l'aggravarsi delle condizioni economiche generali a seguito dell'introduzione dell'euro) con buona pace di tutte le dichiarazioni solenni dei vari governi e delle varie istituzioni comunitarie in punto di "fratellanza" e solidarietà europea. E credo che questo "scollamento" metta a nudo certe vere caratteristiche del processo di integrazione europeo che è, e resta ancor più oggi dopo l'allargamento, processo marcatamente di carattere economico (e, per di più, di carattere spiccatamente neo-liberista) e ben poco di carattere sociale e politico (come ha dimostrato la recente scelta di 13 Stati su 15 - esclusi Regno Unito ed Irlanda di non garantire la libera circolazione ai lavoratori dei nuovi Stati). In altre parole, mi sembra che la complessiva situazione evidenzi come la politica europea, dopo 50 anni, non sia stata (ancora) in grado di colmare la distanza sociale ed umana tra i vari popoli e le varie nazioni europee, riuscendo - di contro - a svolgere un'opera più o meno efficiente solo in ambito economico.

 

GFL

Sul finire degli anni '20 dello scorso secolo, in diretta polemica con il "Paneuropeismo" di Coudenove Kalergi, Evola metteva in chiaro le mancanze di una concezione che si proponesse di conciliare le diverse "anime", presenti nelle popolazioni del Vecchio Continente. La componente "pagana" della cultura europea, viva e fiorente nelle espressioni dell' individualismo razionalista, non si sarebbe mai potuta intendere con la componente "cristiana" e con le immediate projezioni del suo universalismo socialista ed egualitarista. A entrambe si sarebbe contrapposta la terza componente, del tipo "eroico", caratteristica delle genti nordico-germaniche, portatrici di uno stile di vita guerriero e "cavalleresco".

La Paneuropa di Kalergi aveva in animo di equilibrare e compendiare le forme di quelle che, per Evola, erano e rimanevano incomponibili essenzialità. Un tentativo di cura "esteriore", quasi, un intervento sui sintomi, senza volere - o potere - affrontare il "male" fondamentale, il vero problema che si rinveniva, e forse tuttora si rinviene, alla base delle sue molteplici manifestazioni. Questo "male" ha origine in una concezione di sapore manicheo , niente affatto estraneo alla dottrina evoliana nel suo complesso. La "umanità" europea, secondo tale concezione, si dividerebbe seguendo una spiritualità di tipo "regale" o "virile", da una parte, e una spiritualità di tipo "sacerdotale" o "femminile", dall' altra. La prima, con valori umani forti e creativi, improntati a "virtuismo" e "perfettismo"; la seconda, con valori umani non meno forti, ma affidati a una perfezione ultramondana, frustrati dalla corruttibilità terrena, dal "creaturismo" e dal senso di peccato, quindi sostenuti da "fideismo" e "teismo". Tra queste due porzioni d'Europa, come tra Nord e Sud, non vi sarebbe possibilità di conciliazione. Anzi, un latente conflitto renderebbe del tutto remota l'eventualità di un accordo stabile, sempre insidiato dalla lacerante esperienza di una tensione bipolare. Evola intuì con una certa precisione questo contrasto e denunciò l'impraticabilità di una composizione, che non consentisse la effettiva e durevole compresenza dei due elementi, disposti in un ordine non solo "paradigmatico" (cioè, determinato " a posteriori ", in fase di sistemazione "teorica" del dato storico), ma soprattutto "pragmatico" (cioè, consentito " a priori ", in fase di realizzazione "pratica" della storia nel suo farsi).

La questione è d'immaginabile importanza, giacché costituisce la legittimazione di un criterio ordinante, valido per la politica dei piccoli, come dei grandi numeri, che dovrebbe fare coincidere valori e responsabilità rappresentative. In una parola, nella visione evoliana, la vita della polis nella sua accezione di autentica universalità - sarebbe regolata da una disposizione gerarchica delle cariche, quotate in funzione (ragionevolmente) attributiva della rappresentanza "spirituale" della comunità. Questo significa arrivare al cuore del principio- autorità e scoprire il ruolo "superiore" del governante. Credo che l'applicazione di un metodo elettorale, sufficientemente corretto in senso democratico, ma con opportune regole nella selezione dei candidati, potrebbe risolvere un problema del genere. Con buona pace di Evola e di certe sue pessimistiche presunzioni.

AS

Si parla molto, e giuridicamente a sproposito, di sovranazionalità credendo di indicare con il termine nuove categorie giuridiche (che invece non esistono) e nuovi orizzonti politici. Mi sembra che, su temi così delicati ed importanti, sia di massima importanza acquisire rigore di ragionamento e di metodo: il termine non ha alcun valore dal punto di vista giuridico: la struttura europea è sempre stata e continuerà sempre ad essere una "semplice" organizzazione internazionale, tipica espressione di una dimensione esclusivamente internazionalistica. Ma quello che qui mi preme maggiormente sottolineare è che anche la indubbia portata politica del termine (mirante ad indicare fenomeni di cooperazione particolarmente integrati in un contesto giuridico comunque internazionale) merita qualche critica considerazione: quale è la reale capacità decisionale di questi processi sovranazionali europei? La (giuridicamente) impropria "limitazione" di sovranità dà effettivamente qualche contributo alla causa comune europea di fronte, si intende, non a problemi contingenti (quale, ad esempio, l'individuazione delle quote latte Stato per Stato) ma a questioni di rilevante spessore e di decisiva importanza politica (la posizione europea di fronte alle crisi internazionali o i rapporti con gli Stati Uniti)? Ecco, mi sembra che di fronte a questa ultima categoria di questioni il giudizio non può che essere sostanzialmente negativo. Basti pensare alla divisione tra gli Stati europei in occasione dell'ultima guerra irakena (e del non meno tormentato dopoguerra) laddove, con buona pace delle dinamiche decisionali" sovranazionali" (che avrebbero dovuto levare forte la voce unitaria dell'Europa nel mondo) abbiamo invece assistito ad un balletto di convenienze politiche, alleanze più o meno strategiche e sottomissioni economiche. Il tutto completato, per ciò che ci riguarda più da vicino, da qualche colazione alla Casa Bianca e cena a lume di candela a Mosca. Probabilmente la sovranazionalità europea è ancora concetto politico fumoso e scritto sulla carta e non nei fatti; il che, ancora una volta, richiama la centralità giuridica e politica di processi e cooperazioni tra Stati di carattere internazionale con piena considerazione della sovranità di ciascuno.

 

GFL

L'Europa della "economia globale" rischia di finire ai margini di una visione politica del mondo e, quel che certo è più grave, rischia di perdere la sua fisionomia culturale. Siamo precisamente all'opposto del caso vissuto da Evola negli anni '30 e '40, quando l'esaltazione del momento storico, nel processo di avvicinamento del Nazionalsocialismo al Fascismo, seppure con le necessarie cautele e riserve, tuttavia motivava conclusioni di prestigiose guide "spirituali" all'interno delle popolazioni del nostro Continente. Oggi, parlare di una razza europea, di una qualità umana e caratteriale, capace di riunire in un unico amplesso le diverse nazionalità esistenti in terra d'Europa, può apparire del tutto fuori luogo. Eppure, sarebbe opportuno riflettere sulla circostanza che permise a certi pensatori di ipotizzare la costituzione di un solo cuore pulsante, comune all'intero organismo degli Stati europei. Occorrerebbe chiarirsi sul fatto che rese possibile, in quegli anni, al fine culminanti nell'esplosione del secondo conflitto mondiale, una concezione unitaria della popolazione che, idealmente e praticamente, già esprimeva sentimenti di assoluta divergenza. La domanda, allora, potrebbe essere la seguente. E' credibile che la Comunità Europea , quale oggi la conosciamo, con l'impostazione di politiche economiche di base, sia il minimo/massimo di progettualità unitaria che sia permesso immaginare? Non ha forse ragione la Chiesa Cattolica che, invitando a ricercare nelle radici cristiane delle Nazioni europee, allude all' elezione di un collante "altro" dai rendiconti da libro-mastro?

Personalmente, sono convinto che la "Carta d'Europa" non debba contenere riferimenti espressi a matrici di tipo religioso. Troppo rischioso, in un momento di eccessi fondamentalisti. Tuttavia, è indiscutibile che la vera unità dei popoli non si realizzerà mai al ribasso, in direzioni che metterebbero allo scoperto solo il vizio individualista.

Parole come "comunità", o "federazione", richiamano l'idea di un'autorità superiore, di rango "spirituale", in qualche modo alludono all'esperienza esaltante di una fede unica e di un'unica sostanza esistenziale. Per quanto mi riguarda, tutto questo mi fa pensare ai valori di una tradizione trascendente, di una "metafisica eretta", del genere concepito da autori come Evola. Lo dico, ben sapendo che oggi tutto sembra concorrere alla realizzazione di un'alternativa, fondata sulla costruzione delle "intese" plurilaterali e mirante a sintonizzarsi con i ritmi di massima di un ecumene (mondiale) del genere mercantile. E' probabile che, nonostante ogni protesta, quel fenomeno che passa sotto il titolo di globalizzazione sia proprio la sostanza esistenziale di cui si parlava sopra e in essa sia riscontrabile l'unità di credo dei nostri popoli e della nostra storia attuale. La regola democratica c'impone rispetto per la volontà della maggioranza. Il senso comune invita il buon senso a non smentire le sue esigenze: soddisfare i bisogni dei più deboli, dei più poveri, dei meno quotati nell'impresa-mondo.

Ma la nostra vena pratica non può esimersi dal continuare a immaginare una dimensione "imperiale", dove la guida delle nazioni sia rappresentata dal migliore, non semplicemente dall'eletto dei più, e la vita avvenga in concordia e felicità, secondo gli schemi dell'insegnamento classico.