
L'oggetto principale della presente ricerca insiste su uno degli aspetti fondanti dell'umanità dell'uomo che, al pari delle altre arti, intuizioni, saperi e mestieri, lo ha accompagnato lungo tutto il corso della sua esistenza sulla terra, suggerendogli o giustificandone le scelte, aiutandolo sul cammino di una più alta comprensione del mondo (e del suo posto in esso) e fornendogli lo strumento più genuino per tramandare ai discendenti della sua stirpe quel “patrimonio” di conoscenza non altrimenti, od esclusivamente, tramandabile mediante le speculazioni concettuali articolate: il mito. Il tentativo è arduo, soprattutto, a causa della difficoltà circa una facile identificazione/delimitazione del nucleo centrale di detto oggetto: cosa sia il mito, oggi, potrebbe, troppo facilmente essere definito e, contemporaneamente, confutato; cosa sia stato “ieri” può soltanto essere immaginato, dal momento che l'unico studioso che, a buon diritto, potrebbe definirlo con esattezza, è proprio quell'uomo che lo ha vissuto e maturato, cui quel mito ha fatto da guida e da maestro e che, in ultima analisi, con il mito si è trovato ad essere, infine, una sola cosa. Tuttavia, in via preliminare e senza pretesa di vincolatività, bisogna pur abbozzare una generale definizione dell'oggetto della ricerca. Per cui, tralasciando per il momento l'evoluzione storico-dottrinale della sua definizione, il rapporto tra mito e mitologia, o quello tra mito e Mythos , proviamo a definire il Mito come l'archetipo, ovvero il modello etico originario che diventa precedente autoritatevole di un'esperienza di vita concretamente vissuta [1] (oltre che primigenio strumento di comunicazione e conoscenza della stessa). Da questo punto di vista, poco interesse rivestiranno tutte quelle speculazioni di principio che vogliano partire, superficialmente, da quello che, invece, dovrebbe essere l'obiettivo, purtroppo ed obbligatoriamente sempre nascosto e sfuggevole, al quale quindi ci si può sempre più avvicinare purché non ci si faccia sconfortare dalla sua intrinseca mobilità. Basta saperlo: tanto più ci si avvicina ad esso, tanto più esso si allontana; la sua intrinseca mobilità nasce dalla sua intrinseca essenza. Studiando e ragionando su quest'universale (e, senza dubbio, anche attuale) creazione dello spirito umano, comprendendone sempre più i motivi, i risvolti, le culture sottostanti, esso non fa altro che allargarci la mente e, con ciò, mostrarci sempre più la maestosità dei suoi aspetti, delle sue intuizioni e del suo sapere. Nei suoi confronti, dunque, dobbiamo abbandonare la prospettiva dantesca secondo la quale il viaggio finisce, utopicamente, solo quando (sia pur per pochi istanti e senza strumenti adatti) riusciamo a scorgere il “vero volto di Dio”. Al contrario bisogna accettare, necessariamente, una prospettiva di irraggiungibilità feconda, bisogna accettare il concetto di un viaggio durante il quale ogni meta raggiunta non è altro che un nuovo tassello della mappa che conduce al mistero dell'infinita capacità esplicativa e spirituale che il mito conserva ma che nessuno studioso può “fare propria” senza usurpare l'unico e legittimo proprietario, il quale, presto si vendicherà proprio con la sua arma tradizionale, ovvero palesando altrove la vacuità di un atteggiamento arrogante che ha preteso di mettere il punto, di scrivere la parola “fine”, per la paura di, o l'interesse a, non riconoscere la “storia infinita”. Quello studioso potrà vivere cent'anni oppure morire prematuramente a causa di sifilide, potrà ricevere onori ed infinita stima da parte dei membri della sua collettività (più spesso dai posteri) oppure ridursi, perseguitato dalla vendetta delle moire, a barcollare sull'orlo di una pazzia volutamente cercata. Il mito, invece, può solo continuare a vivere, magari sottoposto, anch'esso, alle inesorabili leggi del tempo ma mai ucciso nella sua immortale essenza (ed essenzialità). C'è più mitologia oggi, nella società della ricerca materiale della felicità, di quanta non ce ne sia stata nel cuore delle società tradizionali; analogamente, c'erano molte più azioni “efficaci” finalizzate alla realizzazione di obbiettivi materiali nelle gesta dei grandi eroi mitologici della Grecia classica di quelle che riesce, pur, a porre in essere la “magia” del libero mercato. La ricerca dell'uomo perfetto, la ricerca del successo, la pace nel mondo, la giustizia sociale e simili, certo non sono cose necessarie alla società materialistico/capitalista ma rimangono, comunque, cose necessarie all'uomo, sia esso un capitalista o un ecclesiastico, sia esso un materialista o un idealista. E, a quale idea si ispira, ad esempio, quella ricerca del successo cui oggi tutti, indistintamente, aspiriamo come obiettivo della nostra vita? Non certo alle leggi dell'economia (di Stato o di mercato), della chimica o della matematica. Quelle idee hanno una radice mitico-simbolica universale e colui il quale non vuole riconoscerlo è condannato a compiere il “suo” viaggio sulla terra in vista di un, sicuramente, chiaro obiettivo senza sapere che, alla fine, scoprirà che ciò che chiamava obiettivo era un mezzo e ciò che troppo spesso ha usato come mezzo era, in realtà, l'unico obiettivo che l'uomo può porsi per raggiungere il successo, la felicità, la pace e tutto ciò che in una parola la saggezza dell'uomo nella storia ha chiamato: mito. Dunque, rifiutare il mito, ovvero la tradizione mitica, equivale a rifiutare l'uomo, ovvero una tradizione storicamente umana. E ancora, rifiutare il mito significa cadere nell'impossibilità di comprendere e maturare a fondo gli stessi fenomeni fondamentali della modernità: quella ricerca dell'uomo perfetto o del successo, l'ideale della giustizia o della democrazia, l'allocazione ottimale delle risorse scarse o la ricerca della felicità nella società del consumo, questo ed altro ancora appare ai nostri occhi nella stessa luce miticamente divina, estremamente giusta ed eternamente attiva, nella quale risplendevano un tempo le divinità olimpiche. I due principali imperi nella storia del XX secolo, combattendosi aspramente, sono riusciti a dialogare solo, inconsciamente o consciamente, a livello ideologico (pur nell'affermazione reciproca di tutto ciò che era, ideologicamente, opposto all'altro) quindi a livello teleologico, a livello di un mito, di un simbolo universale e da affermare universalmente per il benessere collettivo. Eppure, son riusciti a farlo più di quanto la “bella Italia” non sia riuscita a fare con la Libia , oppure con l'Etiopia. «Il mito è, contemporaneamente, la sede più profonda della comprensione e della comunicazione (siano esse tra persone, popoli o nazioni); attraverso il mito gli opposti coincidono nel disegno universale, ed universalmente umano, della storia». [2] Ora, questa disquisizione intorno al rapporto fecondo, “naturalmente” esistente, tra il mito e la storia, nasce dall'esigenza di commisurare l'enorme progresso tecnico-scientifico dell'uomo moderno, con quelle condizioni di base che hanno permesso allo stesso di possedere i giusti strumenti, nonché il più appropriato metodo d'indagine, nei confronti della realtà fenomenica, e non solo. Solo dopo aver conosciuto intimamente sé stesso, il nostro essere è in grado di liberarsi dalle anguste catene circostanti e solo avendo contezza del proprio posto nell'universo l'uomo è stato, è, e sarà, in grado di lanciarsi col giusto timore ma libero dall'annichilente terrore, col giusto sospetto ma intriso del più sacro rispetto, oltre quelle colonne d'Ercole che inibiscono la brama di crescere e migliorare. [3] Questa saggio incentra l'attenzione su un punto di partenza obbligato e fondamentale: tutte le riflessioni che, in esso, potrebbero essere considerate, per così dire, collaterali – come ad esempio i simbolismi rituali e religiosi; l'anima e il tempo; la reversibilità simbolica dell'esperienza mitica e l'unidirezionalità periodale dell'esistenza storica; il potere e la legittimazione dello stesso; i simbolismi rispecchianti la divinità e l'autorità del “lato” femminile o maschile dell'esistenza umana; il diritto e la giustizia derivanti da una convenzione civile e morale ovvero scaturenti direttamente da una natura, per definizione, a-morale; la creazione del cosmo e la comparsa dell'essere; la differenza metafisica tra l'uomo e le altre creature; la considerazione della morte ed il fenomeno della mortalità; il regno dello spirito che, volontaristicamente e scientificamente, pone i suoi oggetti e quello dell'anima che, attraverso un millenario moto interiore, coglie, nel riflesso, le immagini del reale; la necessitata falsificabilità scientifica o la sostanzialità della carica fideistica, ecc. – risultano avvalorati ed avvalorabili se, e solo se, con umile coerenza e con profonda cognizione del nostro essere nel mondo, siamo disposti ad accettare la fondamentale storicità della tradizione mitica (assieme a tutte le conseguenze, pratiche e teoriche, che da tale accettazione derivano). In tono “fecondamente” polemico si potrebbe addirittura sostenere, rilanciando la posta sul tentato bluff della filosofia della storia di matrice idealistica, che in realtà, ciò che, oggi come ieri, stiamo vivendo, è l'intima mitizzazione della storia dell'uomo. In altre parole – con non molta difficoltà in più rispetto a coloro che vogliano negare la storicità ed il valore di precedente autoritatevole delle esistenze primitive, rielaborate e tramandate dai miti, sparsi come costruzioni architettoniche di civiltà evolute, tra i continenti e nelle diverse epoche – si potrebbe sostenere che, oggettivamente ed in ultima analisi, è proprio la storia a non essere altro che un mito, il mito della civiltà statalistico-totalitaria [4] maturata dalla classicità greca in poi. Ora, com'è noto, la storia non è altro che il racconto di un vissuto autentico e pregresso – più o meno fedele alla realtà dei fatti, più o meno condiviso, insomma, come il mito, più o meno veritiero, specie per chi pretende di leggere nella storia e nel suo corso una serie di formule matematico-alchemiche sempre valide ed eternamente dimostrantesi e non, invece, il racconto di un uomo, il quale può tranquillamente differire da quello di un altro che, pur avendo vissuto la medesima fenomenologia, vi si è accostato con spirito diverso: ciò che resta, sopra e a parte tutte queste storie particolari, è un umano agire e patire, è un comportamento, a volte discutibile, a volte geniale; è l'uomo, l'uomo integrale e non una sola manifestazione dello stesso, è l'uomo integrale e non la somma algebrica delle sue molteplici funzioni. Ma, il tentativo di sostenere tale tesi – proprio nell'epoca del bipolarismo esistenziale, che pretende opposizione formale anche laddove, in realtà, vige la coincidenza contenutistica ed essenziale – è, almeno per il momento, incerto e prematuro: a ciò, occorrerebbe una nuova “coscienza”, un nuovo equilibrio, un nuovo patto sociale dell'uomo con se stesso, prima ed oltre che con il suo diretto consociato, ovvero, l'altro uomo, l'auspicabile cittadino del mondo. A tutto questo, ovviamente, non possiamo arrivarci con una imposizione, sempre vacillante e rovesciabile, né dimostrando l'assiomabilità di una tautologia rispecchiante la verità ultima, poiché essa, qualora esistesse, imporrebbe l'estinzione della specie come condizione necessaria al suo disvelamento. Per ritornare sulla strada di un umanesimo razional-sostenibile, e non auto ed etero-distruttivo, occorre ristabilire la perduta porta di comunicazione con la divinità – nel senso non solo teologico del termine e sicuramente non in direzione dell'attuale scialba amministrazione strumentale della fede – e ristabilirla in modo tollerante e non conflittuale, di modo che, un unico spirito, intriso di genuina sacralità, pervada il pianeta al di là del particolarismo cristiano, islamico, induista, naturalista, animista ecc. Su questa strada possiamo porci soltanto riconoscendo l'intima necessità secondo la quale mito e storia ritornino a dialogare per il bene dell'“intelligenza” umana; ciò che occorre è un genuino e fecondo dialogo tra mito e storia, che rifugga dalla “fallacia antropomorfica”, ovvero, dal tentativo di formare l'uomo ad immagine e somiglianza dell'uomo storico e dalla tentazione di rifiutare come tremendamente falso, disgustosamente arretrato o vergognosamente “bestiale”, ciò che l'uomo è dovuto essere per divenire ciò che oggi è: una creatura perfettamente in grado di conoscere e dominare il mondo intero, anche se non ancora pienamente capace di dominare ed educare fino in fondo (come, probabilmente, è giusto che sia) le proprie tendenze pulsionali, l'istinto di quel cavallo nero che spinge il cocchio verso il suolo, nonostante gli sforzi degli istinti “migliori”, incurante dello schianto, indifferente alla catastrofe cui potrebbe condannare un “innocente passante”. [5] I miti, nella storia, cambiano assieme all'uomo e, per questo, è compito della storia dialogare con il mito ed assecondare una modificazione-riattualizzazione, quanto meno possibile traumatica, così come è compito del mito, quando la storia diventa difficilmente sopportabile, lenire le ferite di un'esistenza sviata, mostrare all'uomo la necessità delle sofferenze e l'auspicabilità di una saggia presa di coscienza anche nei momenti e nelle situazioni più difficili. «Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre» In questa massima di Sallustio ( Degli Dei e degli uomini ) è racchiusa l'essenza del mito, nonché l'essenziale rapporto tra il mito e la storia. Se la prima parte dell'enunciato, sembra quasi confortare le critiche di astoricità e di invenzione poetica riservate alla tradizione mitica, la seconda ci mette in guardia da facili liberazioni di un materiale umano che, ieri come oggi, ha assecondato, aiutato ed istruito l'umanità nel suo vivere la storia. Il mito ha un contenuto importantemente storico, così come la storia conserva alcuni tratti intimamente mitici: separare i due aspetti porterebbe alla vana pretesa di colui il quale voglia sintetizzare l'acqua utilizzando soltanto una o due molecole di ossigeno. Ecco, il mito è come l'idrogeno: molecola essenziale nella formula per una condotta di vita che soddisfi i naturali bisogni di un organismo sempre alla ricerca di se stesso e proteso al suo futuro. Non si sta dicendo che l'una sostanza del composto sia più importante dell'altra e neppure che non sia stato importante il progresso che ha condotto, dal mistero di un liquido vitalmente inodore, incolore ed insapore, alla sua scomposizione chimica ed alla conoscenza della sua “formula”. Tuttavia, quel che va riconosciuto è che, per l'uomo assetato, poca importanza riveste la formula “chimica”, ovvero, quante molecole storiche e quante mitiche contenga quell'acqua che, magicamente, soddisfa il suo bisogno di vivere. Rifiutare il mito, persino nella desacralizzata società odierna, significa condannarsi ad una vita a metà, significa riuscire a vivere gli avvenimenti ma non a sentirli in coscienza, significa respirare l'ossigeno a pieni polmoni rifiutando, volontariamente, la possibilità di dissetarsi, di tanto in tanto, alla fonte della vita, nella consapevolezza che la vera realtà non è solo oggetto, spirito e libertà ma anche immagine, anima e necessità, che la vera sapienza non è solo progresso ma anche memoria, che la giustizia non è solo personale ma anche per natura . In ultima analisi, credo che il mito, assieme alla storia, o meglio, le verità mitiche assieme alle cognizioni storiche, possano essere in grado di svelarci, un giorno, il mistero del Graal , la formula magica dell'immortalità, la quale potrebbe, semplicemente, suonare pressappoco così: è l'umanità, e non l'uomo, che è destinata, e può raggiungere l'immortalità; ovviamente, solo assieme agli altri uomini, in una pace cosciente della reciproca necessità e, ovviamente, solo assieme alla natura e non, sempre, in disastrosa contrapposizione alle sue leggi. Vediamo, ora, qualche esempio circa la generale significanza di alcuni simboli universalmente riconosciuti e “venerati”. Innanzitutto va rilevato come, durante gli ultimi due secoli, «le ricerche sistematiche svolte intorno al meccanismo della mentalità primitiva hanno rivelato l'importanza del simbolismo per il pensiero arcaico e, al tempo stesso, il suo ruolo fondamentale nella vita di qualsiasi società tradizionale». Questa riscoperta, sostiene tra gli altri M. Eliade, risponde ad un atavico bisogno interiore dell'uomo, un bisogno troppo a lungo tenuto a bada e nascosto (per convenienza sistematica o per paura ideologica) dal razionalismo, dallo scientismo e dal positivismo, risolutamente intenti, fin dal XVIII sec., a far piazza pulita delle mentalità “ascientifiche” ed “irrazionali” e con esse di tutto ciò che, sia esso appartenente alla realtà fenomenologica materiale o a quella spirituale, non possedeva la caratteristica di essere falsificabile in un laboratorio scientifico. Ma, soprattutto dopo le due carneficine mondiali, l'umanità ha riscoperto un genuino interesse religioso, ha ricompreso la necessità di una più approfondita conoscenza della storia integrale dell'uomo (o, che dir si voglia, della storia dell'uomo-integrale). Questo ha contribuito, pertanto, «ad attirare l'attenzione del grande pubblico, su piani diversi e con risultati ineguali, sul simbolo inteso come modalità autonoma di conoscenza. Ma la conversione ai diversi simbolismi non è una scoperta veramente inedita, merito del mondo moderno: ripristinando il simbolo nella sua funzione di strumento conoscitivo, esso si è limitato a riprendere un orientamento che in Europa è stato generale fino al XVIII sec. e che è, inoltre, connaturato alle altre culture extra europee, siano esse [cosiddette] storiche (quelle, ad esempio dell'Asia e dell'America centrale) oppure arcaiche e primitive». [6] Già da queste prime battute si può intravedere il fatto che il discorso dell'Eliade non vuole essere pura retorica, avulsa da implicazioni pratiche ed insensibile a quel bene comune, a quell'ottimizzazione del benessere e a quell'ideale di pace perpetua cui aspirano tutte le idee e le regole dell'attuale società materialista ed economica. Nel notare come «gruppi etnici che fino ad ora avevano partecipato alla grande storia solo a sprazzi e per allusioni (vedi gli abitanti dell'Oceania o gli Africani) si preparano ad inserirsi nelle grandi correnti della storia contemporanea, impazienti di costruirla», si domanda: «in che modo l'Europa positivista e materialista del XIX sec. avrebbe potuto sostenere il dialogo con culture esotiche che, senza eccezione, si riallacciano tutte a vie di pensiero estranee all'empirismo o al positivismo. È questa una ragione per sperare che l'Europa non rimarrà paralizzata di fronte alle immagini ed ai simboli che, nel mondo esotico, sostituiscono i nostri concetti o li tramandano e li prolungano». [7] E di ciò non ci si può stupire, se si tiene ben in mente il fatto che (nonostante la tesi contraria portata avanti dallo storicismo e dall'empirismo più miope) la storia, il mito, le teologie religiose, altro non sono che espedienti creati dalla fervida ragione dell'uomo allo scopo di tramandare un episodio, un messaggio e forse anche un'interpretazione (per quanto parziale o limitata) di un vissuto individuale o collettivo, di un fenomeno che, per il solo fatto di “essere stato” (in natura o nell'immaginazione dell'uomo), acquista la sua importanza “storica”. [8] Inutili, dunque, le accuse di invenzione poetica o quelle di abbandono del piano del reale: se l'uomo, di per sé, per sua stessa essenza, è reale, allora il mito, espressione del pensiero, dei bisogni, delle conoscenze e degli “appetiti” dell'uomo, non può certo essere “altro”. Che un degno osservatore della realtà, sia essa passata o attuale, non possa irrigidire troppo la tesi dell'alterità assoluta del mito rispetto a ciò che ci hanno insegnato a definire storia lo testimonia l'affermazione logica, e, credo, universalmente condivisibile, secondo cui ogni uomo vive nella storia e costruisce la sua esistenza a partire dai mezzi che il suo tempo e la sua mente hanno, congiuntamente, scoperto. Non si può sostenere che l'uomo preistorico, il quale attraverso il fuoco riscaldava ed illuminava la propria caverna, non faccia parte della storia universale dell'umanità, non sia vissuto realmente (oppure, nella migliore delle ipotesi, che si sia limitato a vivere un'esperienza misera), sol perché oggi ci si riscalda col petrolio e si illuminano le abitazioni con la corrente elettrica. Analogamente si esprime l'autore (p.23-25): «Il pensiero simbolico non è di dominio esclusivo del bambino, del poeta, dello squilibrato; esso è connaturato all'essere umano: precede il linguaggio ed il ragionamento discorsivo. Il simbolo rivela determinati aspetti della realtà – gli aspetti più profondi – che sfuggono a qualsiasi altro mezzo di conoscenza. Le immagini, i simboli, i miti non sono creazioni irresponsabili della psiche; essi rispondono ad una necessità ed assolvono ad una funzione importante: mettere a nudo le modalità più nascoste dell'essere. Ne consegue che il loro studio ci consente di conoscere meglio l'uomo, l'uomo tout court , quello che non è ancora sceso a patti con le condizioni della storia», l'uomo che vive le sue esperienze in maniera indifferenziata, perché non ha ancora sentito la necessità di separare gli ambiti che, poi, la classicità chiamerà storia, mito, religione o filosofia. «Ogni essere storico porta con sé una grande parte dell'umanità prima della storia. Questo dato non è mai stato dimenticato, nemmeno ai tempi più inclementi del positivismo. […] Oggi si comincia a vedere che la parte antistorica dell'essere umano non affonda nel regno animale; anzi devia e si innalza ben al di sopra di esso: questa parte astorica dell'essere umano porta l'impronta del ricordo di un'esistenza più ricca, più completa, quasi beatifica». Appare, dunque, evidente che il simbolo, nella sua correlazione di contraddizioni, trasmette una situazione-limite non altrimenti comunicabile e risolvibile, la quale pone l'uomo davanti ad un profondo dilemma interiore, oltre che materiale, e dalla risoluzione del quale, spesso, ne esce rafforzato spiritualmente, oltre che materialmente. Anche nell'uomo moderno sopravvive, a livello più o meno cosciente, una mitologia rigogliosa. Così, per esempio, «la nostalgia più abietta cela la nostalgia del paradiso […], il desiderio di qualcosa di completamente differente dall'istante presente, [il desiderio di migliorare la propria condizione, di innalzarsi oltre le anguste catene dell'eterna relazione di causa-effetto, il desiderio di ritrovare la propria pace e di riscoprire la propria ragione di vita], qualcosa, in definitiva, di inaccessibile o di irrimediabilmente perduto. L'elemento importante, in queste immagini, è che esse sono sempre più eloquenti rispetto a ciò che potrebbe esprimere, a parole, il soggetto che le ha provate. [Ecco perché] se una solidarietà totale del genere umano può esistere, essa non può essere percepita ed attuata se non a livello delle immagini. [Questo perché] la vita dell'uomo moderno è tutto un brulichio di miti semidimenticati, di ierofanie decadute, di simboli abbandonati», almeno nella loro originaria purezza. Ma, se pur prematuramente scaraventati via dal corso e dalle registrazioni della storia moderna rimangono lì, nell'indole e nella coscienza di un uomo che, poi, con i propri strumenti e con le proprie idee sedimentate, farà la storia. Anche «la più terribile crisi storica del mondo moderno, la seconda guerra mondiale, ha dimostrato che pensare di sradicare miti e simboli è pura illusione», frutto dell'abbaglio di un uomo che, grazie al progresso ed alla scienza dei suoi padri ma non cosciente dei propri limiti, è destinato a precipitare nell'abisso, perché troppo vano e superbo era l'intento di giungere, con ali di cera, nei pressi dell'incandescenza del sole. Sia chiaro: non si vuole portare avanti l'idea di una scienza arbitraria, senza prove e confutazioni; ma non si vuole neanche studiare il simbolo, il mito, la religione, tingendoli d'un vuoto colore scientifico; non si vuole, per ottenere il moderno sigillo scientifico, svuotare l'uomo arcaico della sua storia spirituale, poiché senza di questa nessuna mente illuminata o risorgimentale sarebbe mai approdata alle “grandi scoperte scientifiche”. Ciò che si vuol dimostrare è che nessun simbolo arcaico, nessun mito, nessuna religione può mai essere, senza portare innanzi anche un genuino contenuto storico così come nessuna storia delle vicende umane, dalla classicità in poi, può essere considerata completamente scevra da ogni contenuto mitico, simbolico o religioso. [9] Ad esempio, per quanto riguarda l'agricoltura, il fatto che la mentalità arcaica abbia insistito sull'elaborazione di temi mitici riguardanti il mistero della morte e risurrezione del seme, sul parallelo con la riproduzione del seme umano, sulla vegetazione come prototipo di ogni creazione e che poi, la scienza ne abbia spiegate le cause chimiche, climatiche, meccaniche, con sempre maggior rigore, ciò non toglie che, oggi come ieri, il mistero del seme interrato che produce nuovo frutto rimane, nel suo principio ultimo e nella sua essenza, una “magia”, un vero miracolo, uno dei tanti miracoli di cui la natura è capace e con cui la natura palesa all'uomo (e ciò è ampiamente riconosciuto anche dalle scienze) la sua infinita perfezione e venerabilità. Vediamo un altro esempio: per quanto riguarda la considerazione del tempo (fenomeno mediante il quale si fronteggiano aspramente tradizioni mitiche, ricostruzioni storiche ed elaborazioni filosofiche o religiose) rileva, innanzitutto, la distinzione tra la linearità del tempo storico, poi adottata anche dal cristianesimo sia pur all'interno di una escatologia della storia, e la reversibilità del tempo mitico, che al contrario rende possibile la rigenerazione continua del essere e della storia. Un solo esempio: il 14 luglio in Francia si commemora la presa della Bastiglia ma non si rinnova annualmente l'avvenimento storico propriamente detto. Quando invece una tribù recita il mito cosmogonico è come se la creazione del cosmo avvenisse proprio in quel medesimo istante. Quando il neòfita affronta i rituali di iniziazione, uccide in quel medesimo istante il mostro primordiale (che nel mito della religione cristiana coinciderà con il peccato originale). In definitiva, per far la storia, accanto al computo dei secondi, dei minuti e delle ore, occorre un essere “umano” che prega o s'innamora e che, così facendo, «esce [individualmente] dal momento storico per ritrovare il presente eterno della religione o dell'amore». In secondo luogo, all'interno delle stesse teorie cicliche, rileva distinguere tra il nietzscheano eterno ritorno dell'identico ed il Klagesiano eterno ritorno del simile. L'eterno ritorno dell'identico ripete, come una battuta, l'eterno ritorno del simile rinnova, come il ritmo. E c'è un'enorme differenza tra le due visioni della ciclicità cosmica. Nell'eterno ritorno del simile l'uomo è l'essere in cui si realizza compiutamente, nel ritmo del pulsare cosmico, la massima capacità di scelta. Nell'eterno ritorno dell'identico l'uomo non è altro che l'oggetto su cui si sta compiendo l'unidirezionale presagio nichilista. [10] In definitiva, ciò che cambia realmente non è tanto il grado di conoscenza della materia, effetto della differenza e non causa di essa – giacché questo dipende essenzialmente dall'elaborazione di diversi, oltre che di più adatti, strumenti per indagarla e l'elaborazione degli strumenti presuppone a sua volta la volontà che pone come suo fine l'indagarla meccanicamente – ma il principio basilare che, uomini comunque colti, hanno voluto sottendere al loro comportamento e che, quindi, li ha portati a rivolgersi, con altrettanta profondità e ricercata precisione, ora ad un aspetto ora ad un altro. Tuttavia, nel prospettare lo studio dell'uomo non solo quale essere storico ma, altresì, quale simbolo vivente , quale microcosmo compiuto e coerente, non si sminuisce la sua natura ed il suo valore; anzi, ci si propone di cogliere meglio le potenzialità di un uomo che non è solo materia ma anche spirito, che non razionalizza solo la pietra per farne un utensile con cui procacciarsi il cibo ma che razionalizza anche il suo spirito e quello a lui circostante per ricavarne una dottrina di vita, per superare le sue paure ed i suoi difetti e, così, per comprendere meglio qual è il suo giusto posto nell'universo. Il simbolismo potrebbe, dunque, essere assimilato alle idee platoniche, potenzialmente presenti ed innate in ogni individuo, le quali, se pur a volte silenti, attendono solo il momento opportuno, l'evento scatenante, l'attività maieutica, per tornare a galla e mostrare con efficacia esplicativa la possibile soluzione di un problema, la razionalizzazione di un mistero e, forse, anche la sistemazione di un complesso, altrimenti caotico e casuale. Queste premesse trovano l'ovvia ed ottima conclusione qualche periodo dopo, laddove l'autore afferma: «l'uomo moderno, riprendendo coscienza del proprio simbolismo antropocosmico otterrà una nuova dimensione esistenziale, totalmente ignorata dall'esistenzialismo e dallo storicismo attuali: è un modo d'essere autentico ed adulto che lo protegge dal nichilismo e dal relativismo storicistico, senza per questo sottrarlo alla storia. La storia stessa, infatti, potrebbe un giorno trovare il suo significato: quello di [eterna] epifania di una condizione umana gloriosa ed assoluta». [11] Per far ciò, comunque, sarà necessario svolgere un'attenta riflessione interiore, rivivere attivamente, e non solo passivamente subire, quei simboli innati che collegano l'anima umana alla sostanza [12] divina e, per questa via, “ri”scoprire la logica dei simboli, la loro coerenza sistematica, la loro utilità pratica e, passi il termine, la loro incontrovertibile razionalità (anzi il loro essere stati ed il loro poter tornare ad essere il migliore strumento conoscitivo, d'insegnamento e di memoria nei confronti di fenomeni per i quali mal si adatterebbero le teorie, certo analogamente razionali, della relatività o della fissione nucleare e per i quali parziale sarebbe una spiegazione fondata, unicamente, sulla prova al carbonio). Ma facciamo un passo in dietro. Questo nuovo modo d'intendere l'umana tenzone nella e, a volte, contro la natura ha iniziato a prendere piede, persino nella società occidentale modernamente scientifica, sin dai primi anni del secolo XIX. E, così, dopo il secolo del positivismo e del razionalismo imperante, si cominciò a parlare di “questione romantica” e si cominciò a sostenere un particolare approccio all'indagine sull'uomo e sulla natura, ovvero un originale modo di accostarsi alle vicende ed alle esperienze “umane” che, pur non denigrando il razionalismo, il positivismo e lo scientismo, in generale e per principio, tenta tuttavia di sottrargli quegli ambiti che non possono essergli propri e che, essenzialmente, non possono essere interamente soddisfatti dalla definizione di una formula matematica – esatta ed assoluta – sottostante la manifestazione fenomenica. E ciò, non limitandosi esclusivamente alle indagini filosofiche, letterarie od artistiche, ma rivendicando tale approccio in tutte le branche del sapere: dalla filologia al diritto, dalla chimica alla medicina, dall'etnologia alla sociologia ecc. [13] In altre parole, nella “visione” dei romantici, anche la scienza dovrebbe assumere, almeno, un soldato romantico all'interno del suo esercito metodologico, pena la caduta nell'autoreferenzialismo e nella pretesa di spiegare l'intera vita dell'uomo, che risponde ed obbedisce a molteplici principi, pulsioni e “leggi”, partendo esclusivamente da una “legge” e rifiutando, categoricamente, l'ausilio di altre intuizioni, sol perché sospettate di inficiare la coerenza e la prevedibilità sistematica della “macchina scientifica”. L'uomo “integrale” è fatto di pensiero ed azione, di tessuti connettivi e sentimenti, di interazioni causali organiche e di sogni. Chi voglia studiare detto uomo non può limitare la sua ricerca (né tantomeno inibire l'altrui, collaterale) con la pretesa che le uniche realtà che condizionano il divenire della vita siano le leggi che definiscono l'attività celebrale neurofisiologica e le regole del moto dei corpi. Si finirebbe col definire, così, la realtà di una macchina inservibile ed incompleta; il pensiero è dato anche da un'attività “spirituale” così come l'azione obbedisce anche a regole, personalmente e non solo scientificamente, orientate in senso teleologico. Quest'uomo, anche grazie al mito, ovvero al precedente autoritatevole , matura e comprende la scienza dei padri; poi, grazie al suo genio ed all'evoluzione tecnica crescente, procede e s'innalza ben al di sopra di essa. La storia, di contro, registra e tramanda questo cammino così come la filosofia ne analizza la direzione e l'opportunità, morale, pratica ed esistenziale. Vi è dunque l'intima necessità, oggi più che mai di analizzare, nel loro reciproco corrispondersi, l'essenza e la non esclusione che tali ambiti sapienziali hanno instaurato in seno alle società antiche e moderne. Il tutto, magari, mantenendo sempre un occhio di riguardo per gli aspetti che ineriscono più direttamente la sfera della giuridicità (antica o moderna, formale o sostanziale, naturale o pattizia), la quale, a sua volta, rappresenta la premessa del cammino che un giorno, si spera, condurrà all'ordine ed al giusto governo ( Eunomia ) nella città. [1] Cfr. G. F. Lami, Tra utopia e utopismo , ed. Il Cerchio, Rimini 2008, pp. 26 e ss. [2] Per un approfondimento cfr. Mircea Eliade, Immagini e Simboli , 1981, Jeka Book, pp.13 e ss. [3] In altre parole, il proficuo rapporto, per natura esistente, tra mentalità scientifica, cognizioni storiche, tradizioni mitiche e sistemazioni filosofiche, deve essere indagato, senza precondizioni o preconcetti, in modo tale da indurci a scorgere sullo sfondo quell'uomo integrale che, cosciente di sé e del proprio posto nell'universo, non si farà più ridurre alla “bestialità” né tantomeno innalzare caparbiamente alle altezze di un pericoloso “semi-dio”. [4] Il termine totalitario non è utilizzato, qui, come politilogicamente opposto a “democratico” ma, semplicemente, come il modo d'essere di fondo della “finzione” statale, la quale pretende non soltanto il monopolio dell'uso legittimo della forza per assicurare pace, sicurezza e giustizia sociale ma, in ultima analisi, per sussistere, lo stato, necessità della “totalità” dell'uomo a sé subordinato. Si tratta della finzione – e sia pure, al momento, della migliore finzione – che pretende di subordinare ad un principio spirituale, ad una idea convenzionale e, almeno in teoria, discutibile, insomma, all'idea di Stato, la totalità, spirituale e materiale, i sogni e gli investimenti monetari, la cultura e la religione, alle sue supreme esigenze. [5] Cfr. G. F. Lami, Tra utopia e utopismo , cit. [6] Mircea Eliade, Immagini e Simboli , cit. E ancora: «i simboli, i miti e i riti, acquisiti per diffusione o spontaneamente scoperti, rivelano sempre una situazione limite dell'uomo e non unicamente una situazione storica; situazione-limite è dire quella che l'uomo scopre prendendo coscienza del suo posto nell'universo ». [7] Mircea Eliade, Ibidem . Queste premesse consentono all'autore la possibilità di tentare un'interpretazione affascinante e gravida di spunti di riflessione: «Colpisce il fatto che di tutta la spiritualità europea moderna, due messaggi soltanto interessano realmente i popoli extra europei: il cristianesimo ed il comunismo. Entrambi, in modo diverso, certo, e su piani nettamente opposti, sono delle soteriologie, delle dottrine di salvezza e, di conseguenza, manipolano simboli e miti» in modo da presentare un messaggio e tramandare un'esperienza, storicamente condizionata e condizionante. [8] Afferma l'Eliade (Ibidem, p.22): «avere immaginazione significa godere di ricchezza interiore, di un flusso ininterrotto e spontaneo di immagini. Spontaneità non significa, però, invenzione arbitraria. Sul piano etimologico, immaginazione è solidale con imago , (rappresentazione, imitazione) e con imitor (imitare, riprodurre). L'immaginazione imita dei modelli esemplari – le immagini – li riproduce, li riattualizza, li ripete incessantemente. Avere immaginazione è vedere il mondo nella sua totalità, giacché è potere e missione delle immagini mostrare tutto ciò che rimane refrattario al concetto». [9] In altre parole, non si sta cercando di dimostrare la presunta realtà di una perduta efficacia delle pratiche magiche che incastri l'umanità entro una reazionaria passività acquiescente, né tantomeno supportare la tesi secondo la quale l'umanità preistorica, nella sua essenziale infantilità, non conoscenza ed ignoranza, non ha potuto far altro che definire magiche le sue scoperte intorno alla natura circostante laddove poi, l'uomo colto, ha meglio saputo classificarle ed ordinarle, con spiegazione “razionalizzante”, in un compiuto apparato scientifico. [10] A proposito di L. Klages, il cuore del suo pensiero è brevemente sintetizzabile utilizzando strumentalmente il titolo di un libro di G. Moretti: Anima ed immagine (Mimesis, Milano 2001) sono, per Klages, le vere realtà del pensiero particolarmente preistorico e genericamente mitico (Klages per entrambi usa l'aggettivo pelasgico) di contro a ciò che noi consideriamo realtà: ovvero lo spirito e l'oggetto. Ora, il pensiero mitico rivendica, semplicemente, il diritto di poter scambiare l'immagine ritratta, ovvero l'immagine elementare, con l'elemento stesso senza per questo dover affrontare l'accusa di essere una astorica invenzione poetica. [11] Mircea Eliade, Immagini e Simboli , cit. [12] Il termine sostanza è, qui, utilizzato in maniera volontariamente ambigua. Sia esso interpretato, da taluni, come sostanza trascendente l'uomo, da tal'altri come immanente, sia considerato l'essere creatore del cielo e della terra, onnipotente, onnisciente ed infinitamente buono e giusto, sia anche considerato come tutto ciò che di più bello, puro, nobile, intelligente ed infinitamente buono e giusto l'uomo abbia, al suo interno, come specificazione e legittimazione del suo, reclamato (e, probabilmente meritato) posto privilegiato nell'universo. [13] Per quanto riguarda, specificatamente, il mito, il suo studio cessa di essere guidato da valutazioni di carattere estetico ed assume una nuova prospettiva, tesa all'indagine sistematica della sua universale significatività simbolica. |
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