di Emiliano Di Terlizzi
La storia del linguaggio è la storia più propria dell'uomo. Questo non solo perché in effetti, il linguaggio gli è peculiarità esclusiva -cosa vera, peraltro, fino ad un certo punto [1] - ma perché nel linguaggio l'uomo realizza la sua più profonda attitudine, la sua più profonda essenza. L'uomo, come tutto ciò che lo circonda, è nel linguaggio, vive nel linguaggio, è parlato dal linguaggio. Non devesi pensare che una lingua o più in generale la facoltà di parlare, siano strumenti messi lì, a disposizione di chi li usi. Lo strumento tecnico realizza un fine tecnico, mentre il linguaggio non è solo questo. Sì, certamente esso è anche uno strumento tecnico, specialmente quando descrive, ovvero quando mette in relazione certi segni (le parole) con specifici referenti (gli oggetti). Ma il linguaggio descrittivo non è l'unico possibile. In realtà, non c'è attività umana in cui non sia visibile il linguaggio. Persino nelle attività più stupide, più quotidiane, dal lavare i piatti al fare l'amore, il linguaggio esplode in tutte le sue meravigliose parole, espresse e non espresse. La presenza del linguaggio non è una presenza che sta accanto al reale, come se questo potesse farne a meno. La realtà, così come la si vive, è puro linguaggio, pure parole, puri ritagli dall'indefinito, ritagli che davanti a noi, come davanti a tutti gli esseri, divengono “enti”. Non sarebbe possibile alcuna percezione, alcuna intuizione, se non fosse già parola, frase, periodo. Proprio la multivalente parola “periodo” descrive la relazione tra linguaggio e temporalità. Ma linguaggio, temporalità e uomo sono la stessa cosa.
È importante comprendere che logos e uomo sono la stessa cosa, perché altrimenti non si arriverebbe mai a comprendere che la storia dell'uno è la storia dell'altro; che il procedere storico di ogni parola cela l'avventura dell'uomo e di tutto il suo mondo. Questo avviene a livelli qualificati, quando la parola si fa discorso e ragionamento, e a livelli meno qualificati, quando la parola si fa semplicemente mezzo espressivo caratteristico dell'animale-uomo. L'obliarsi del senso di una parola, lo spegnersi di una lingua, il suo trasformarsi, appartengono perciò all'uomo più di quanto egli creda, più di quanto egli si aspetta. L'uomo, che ingenuamente riduce il linguaggio a uno strumento, al suo peculiare strumento, non avverte che la perdita del senso di una parola, non è solo una perdita di ricordo o di un mero fatto, ma è la perdita di qualcosa di più. È la perdita del riguardo. Cosa sia il riguardo e cosa significhi perderlo è presto detto.
Ri-guardare può voler dire “osservare di nuovo”, ma questo significato, ai limiti della correttezza, non coglie che l'aspetto ripetitivo dell'azione, la sua macchinale esecuzione [2] che, qualora possibile nella realtà, non apparterrebbe certamente alla vita, ma piuttosto al nulla. Riguardare è anche “prendersi cura”, come quando ci “si riguarda” dopo un periodo di malattia. Qui siamo più vicini al senso autentico di questa parola. Riguardare è infine “avere rispetto”, “tenere in considerazione”, significato affine, ma non uguale, al precedente.
Legando insieme questi significati, si evince con certezza che il riguardo è attenzione all'essenza. L'attenzione all'essenza è prendersi cura dell'origine che continuamente si ripropone al nostro sguardo, proprio perché sempre nostra, sempre manifestantesi attraverso la nostra presenza, la nostra testimonianza. Tale attenzione all'essenza si manifesta come cura, rispetto, amore, conoscenza, consapevolezza e, in definitiva, contemplazione e azione, di ciò che sta all'origine, della causa prima, del perché di ogni perché. Noi siamo ciò da cui proveniamo, e guai a chi dimentica la propria casa, sedotto dalle illusioni e dall'oscura magia dello scorrere incessante e inesorabile del tempo.
Ora, se la lingua nasconde tutto questo, dovremmo certamente aver “riguardo” alla sua storia, poiché in essa sarà possibile trovare il perché, la natura di noi stessi e del mondo in cui viviamo. La cultura occidentale possiede due lingue madri, il latino e il greco antico. Queste lingue non sono importanti perché sono quelle dalle quali discende la maggior parte delle parole e delle strutture grammaticali delle lingue europee attuali, ma sono importanti poiché da esse l'intero Occidente ha preso vita: il greco, il latino, in Occidente, come l'iranico e il sanscrito in Oriente, sono le prime lingue indoeuropee ad aver lasciato una letteratura di proporzioni monumentali. La loro storia è la storia stessa dell'Occidente e del suo mondo. Ovviamente, anche il greco ed il latino hanno una loro origine, e certamente i segreti delle loro parole affondano le radici in quelle origini remote. Generalmente, si fa risalire il greco ed il latino a un gruppo più antico che a sua volta riporta ad una lingua ancestrale, talmente antica che non è possibile rintracciarne alcuna testimonianza. L'indoeuropeo, origine amata dai linguisti di tutte le lingue indoeuropee appunto, di fatto rimane solo una teoria. Una teoria però affascinante per una molteplicità di fatti. In primo luogo, essa mette in luce il fatto cruciale che a un insieme di suoni viene dato un significato che, nella storia ha subito poche alterazioni. Le radici indoeuropee sono non solo rintracciabili materialmente nella struttura lessicale delle diverse lingue, ma il senso di queste radici vive esso stesso in queste più moderne parole. Così, a colui che s'avventurasse nella foresta degli antichi linguaggi, si presenterebbe non solo un panorama di suoni e di somiglianze tra parole, ma un profondo legame di senso che permette attraverso l'antico di comprendere il moderno, attraverso il moderno di riscoprire l'antico.
La linguistica storica, ove non sia pura archeologia delle parole scritte, può farsi filosofia del linguaggio, e allora diventa archeologia del senso, de-stratificazione e ricostruzione della storia, non della storiografia.
Così, appoggiato e confortato da queste idee, mi accingo a presentare alcune considerazioni, o suggestioni, sul significato delle parole nomos e lex .
Tradizionalmente ed essotericamente, esse sono solite tradursi con l'espressione “legge”. In effetti, questo termine ben si adatta al significato usuale (e attuale) delle due parole in questione. Ho utilizzato l'aggettivo “usuale” nel senso proprio di ciò che è “d'uso”, non solo nel significato di frequente, di abituale, ma piuttosto nel senso di “adoperato”.
“Ad-operare”, come dice la parola stessa, significa operare per un preciso scopo. In tal senso, “legge” traduce solo un significato “tecnico” di queste parole. Anche i greci e i latini usarono questi termini in senso tecnico, ed effettivamente con il significato affine se non uguale a quello di “legge”. “Legge”, in questi termini, significa il dispositum , institutum , ciò che viene stabilito dal potere legislativo, comunque inteso.
Ma non possiamo accontentarci di questo “uso” delle parole nomos e lex . Se guardiamo bene, tuttavia, esso non ci restituisce nulla. È vero, come dice il buon Wittgenstein, che il significato delle parole è nel loro uso, ma il senso “usuale”, e soprattutto quello che si ama definire “quotidiano”, non è un senso “storico”, ma solo una delle stratificazioni che la parola ha subito in quel dato momento temporale. Il fermarsi all'uso del momento e pretendere che esso esaurisca la parola è sciocco e cieco, anche qualora si procedesse, storiograficamente, ad una “storia” delle stratificazioni. Al contrario, dobbiamo entrare nello spirito che ha animato quella parola e soprattutto comprendere i travagli che hanno portato l'uomo a viverla con quel significato e non con un altro. Per fare questo non ci si può fermare alla stratificazione attuale, alla forma che la parola ha assunto in quel dato momento storico, così come all'uso che in quel momento se n'è fatto; dobbiamo procedere trascendendo quella stratificazione e dirigerci verso ciò che sta dietro a tutta la storia delle stratificazioni imparentate tra loro. Questo perché, attraverso la comprensione del senso delle sonorità presenti nella parola potremo scovare quelle arcaiche potenze di significato che ancora si ripresentano in ogni stratificazione. Non siamo in cerca di una “metafisica della parola”, come se cercassimo una parola dietro la parola e ne volessimo carpire la natura. Al contrario, un procedimento del genere restituisce il corpo stesso della parola e il suo momento più materiale, più “reale”. La comparazione tra lingue affini, non sarà solo un esercizio, o un sussidio, ma la vera miniera del senso, il luogo ove la forza interiore di una parola può uscire dalla sua storia e divenire storia.
Così, per quanto riguarda nomos e lex , si dovrà procedere a un'approfondita osservazione delle parentele e delle affinità con le parole vicine, come quelle da cui esse hanno avuto origine, fin dalle più remote antichità.
Uno studio di questo tipo non ha mai fine, è un rinnovarsi e completarsi continuo. Tuttavia, per quello che è possibile fare in questa sede, ci abbandoneremo ad alcune riflessioni di carattere preliminare che, se non esauriscono certamente l'argomento, possono darci senza meno un avvio interpretativo, interrotto sempre a malincuore.
Dunque, nomos . Questa parola ha radici molto antiche che certamente risalgono al mondo agricolo e pastorale. Da dizionario, possiede diversi significati, tutti riconducibili all'antico verbo nemo . Prima di passare oltre, dobbiamo osservarli tutti.
In un primo senso, nomos è la particella assegnata al singolo, la legge, l'uso. Tutto questo deriva certamente dall'identificazione della legge con la terra assegnata all'origine. E infatti, con un semplice movimento d'accento, nomos diviene nomós , il pascolo, il foraggio, il nutrimento. Sia nomos che nomós derivano dallo stesso verbo nemo , prova che la loro somiglianza è ben più che soltanto esteriorità. L'origine agricola del termine è confermata sia dal suo antico uso, sia dalla parentela con termini strettamente legati alla pastorizia. Infatti, la scomposizione di nomos in no - mos ci fa subito vedere che dietro quel mos , c'è moschos , il vitello, posto immediatamente dopo una radice che andrà osservata attentamente, ma che ne riferisce la pertinenza. Nomos allora sarebbe ciò che è pertinente al pascolo, al vitello, dunque il foraggio. Né va sottovalutata la vicinanza tra mos e mous - a , nel senso del canto. Un canto, ovviamente, di pastori, ma bastevole a connotare il termine nomos del senso di un preciso modo musicale, di una forma di melodia. Nomos racchiude tutti questi sensi.
Nomos , in quanto pertinenza del vitello, è ciò che appartiene all'appartenente a un universo sociale, al cittadino, per comune accordo. È la porzione di terra, di pascolo, assegnata al cittadino dall'ordine sociale. Una sorta di armonia giuridica originaria, che fonda la polis e, mitologicamente, il mondo intero. Il riferimento musicale non è casuale, sia relativamente alla proporzione della suddivisione, sia alla "misura" in senso, direi, sacrale, del valore del numero, noummos , appunto, il quale ha come riferimento primario la "porzione" di bene che si possiede. Ed è appunto questa, la mia proposta di traduzione per nomos : pro-porzione, ovvero, la proporzionale ripartizione per la sopravvivenza. Il termine proporzione è in linea anche con il senso musicale del termine e riflette perfettamente il senso greco della misura. Il verbo nemo , conferire, elargire, ripartire in parti, amministrare, governare, ma anche pascolare, è conferma di tutto ciò.
Tuttavia, se il termine proporzione è soddisfacente, esso non dà conto dell'essenza del nomos . Cosa avviene, affinché sia nomos ? Il nomos è certamente l'evento che realizza questo qualcosa, ma, in sé, non s'identifica perfettamente. Esso è l'atto, ma non è la causa. Certamente, la polis si nutre del nomos . Del resto, uno dei sensi di nomos è proprio nutrimento. Ma quale è l'origine del nomos ? Cosa esige il nomos ? Di quale volontà è l'espressione?
Io ritengo che molta parte del senso non stia tanto nella parola no-mos , quanto nel prefisso no -. Cerchiamo di risalire indietro nei millenni, fino a epoche assai remote, fino all'indeuropeo. Nomos , ha certamente a che fare con la radice * na . Dico certamente, perchè la stessa radice ha avuto esiti similari in altre lingue. In sanscrito, na , con valenza di sostantivo, ha il valore di legame, ciò che è legato, come una catena. Da questa radice, nah che vuol dire "legare insieme", o ancora naddha , "legato", "connesso". Ma, anche nam , "sottomettere", e namas "obbedienza". Degna di nota è anche nema , che richiama la reciprocità (lett."l'un l'altro"), ma anche, guarda un po', "parte", "porzione". La vicinanza a nomos di queste parole non lascia spazio a ulteriori commenti. Ecco, va detto che le parole nominate possiedono dei sinonimi. Na e naddha , connesso, legato, trova sinonimo in yoktra , la corda, o yujya , yunkte , come unire, aggiogare; yautaka è ciò che legittimamente appartiene a qualcuno. Tutte parole che risalgono all'antichissima radice * yug -. Questa radice richiama l'unire e l'appartenere ( yautaka ). Essa ha avuto una storia parallela a quella di * na -. Si osservi la parola yunkte , aggiogare, unire, ma anche donare e concedere. Tutti significati di namas . Più evidentemente, yunkte è riconducibile al latino iunctus . I due termini contengono entrambe le radici * yug-*n- krt [3] /ctus . Questi suffissi, sanscrito e latino, servono spesso per formare nomi dalle radici pure. La compresenza radicale ha valore rafforzativo. Ora, se la radice * yug - è così vicina a * na - (in latino, abbiamo l'esempio di unio e derivati), allora le loro storie potrebbero intrecciarsi. E, in effetti, è così. Vediamo come.
Nomos , chiaramente erede della radice * na -, si è chiarito essere la porzione accordata al cittadino. Un po' come il sanscrito yautaka . Anche Roma, comunque, conobbe questo concetto; tuttavia la radice arrivata nel mondo latino non fu * na , ma * yug , e la parola usata è iuger . Il mondo anglosassone conosce ancora la parola yard , per indicare non solo una lunghezza, ma il terreno adiacente la casa, frontale o perimetrale, la terra che è pertinenza immediata della casa. Gli etimologi non avvicinano yard direttamente a * yug ; essi preferiscono rimanere in ambiti più sicuri e recenti come il Middle English (yarde , yerde) o l' Old English ( gierde , garte ). Il termine ha avuto molti esiti nelle lingue germaniche con sonorità similari, gart (racchiuso), o garto (inglese, garden ) nell'Alto Germanico Antico, garthr nel Antico Norvegese, fino al Gotico gards che vuol dire proprio casa. Tutte queste parole sono affini tra loro e vengono accomunate dal senso di rinchiudere, mettere insieme, legare. Se la vicinanza a * yug non è immediata, essa si può inferire sia dagli esiti proposti, per una progressiva perdita della * yu iniziale, sia per una progressiva trasformazione fonetica che si registra anche in differenti parole. Essa comunque ricompare elegantemente nel termine iuger latino che, insieme allo yard ci riportano a sensi similari, come l'unità di misura e la pertinenza della casa.
Ora, si faccia attenzione. Lo iuger è la porzione di terra spettante al cittadino fondatore della città. Esso è strettamente legato a esso, che ne è signore (ritornano tutti i significati descritti), per forza dello ius , che, a ben vedere, non è che la forma latina generale di quell'idea che sottendeva * yug ; come se la forma ius si sia generata nel tentativo di dare al fonema antico, certamente rimasto nel senso linguistico comune, un connotato di generalità, attraverso l'adozione della lettera madre qualificativa * y e il suffisso generico – us , yus appunto, o jus . Queste definizioni sono importantissime perché servono a gettar luce su come il senso linguistico modifichi le parole nella storia, variandone la forma in base alle esigenze del momento. Prima dello ius , non si era evidentemente sentito il dovere di creare una parola che definisse la generalità del diritto, come fosse una astrazione. Questo è certamente il merito di Roma, la cui praticità si è spinta fino a sublimare se stessa in una formulazione teorica della giuridicità stessa. Non si ravvisa nulla di simile in nessuna altra parte del globo, eccezion fatta, pur con tutti i limiti, per la Grecia. Roma ha costituito il punto in cui il senso del diritto si stacca dal suo referente terreno e diviene una vera e propria astrazione, diviene “il” diritto come scienza. E tutto ha avuto certamente inizio con lo iuger , il terreno di pertinenza della casa del civis , come momento duplice di suddivisione e riunione che caratterizzò il formarsi delle comunità; suddivisione, come ripartizione, ma riunione, come appartenenza alla comunità stessa.
Che allo iuger spetti un connotato comunitario lo s'inferisce dal fatto che esso sia sempre legato, in quanto pertinenza, al suo civis . Ma il civis , il cittadino, non è certamente da solo: egli è un membro della civitas , della città, della comunità. Ora, si noti che il termine civitas è vicino, seguendo la teoria dell'Italico Comune, a parole in apparenza lontane come touto , Osco, e tuta , Umbro. Queste parole, che nessun etimologo è mai riuscito a ricondurre a civitas , pur avendone lo stesso significato sono, al contrario vicine al latino tota , ovvero “tutti”, nel senso di tutta la comunità. Anche qui il latino deve avere operato un'astrazione semantica dal mero riferimento a tutte le cose e persone di un gruppo sociale. Non possiamo per ragioni di spazio, e di competenze, avventurarci nella storia del termine civitas . Bastino per ora le suggestioni proposte, per poter proseguire il cammino intrapreso verso il senso dello iuger .
Lo iuger non termina con la morte del civis , ma rimane ai suoi eredi, come quella porzione (ecco ancora questo concetto) di eredità che viene definita con il termine giuridico di legatum . La differenza tra legatum e hereditas starebbe nella parzialità del legatum rispetto all'universalità dell 'hereditas . A ben vedere, questa definizione è secondaria rispetto al senso di appartenenza restituito da legatum . Legatum , infatti esprime l'eternità del rapporto di corrispondenza tra terra e uomo, indipendentemente da altri, ma non dalla comunità e dall'individuazione specifica, civis o heres. Si osservi che il termine legatum è semanticamente vicino, ancor oggi, a iunctus ed è parente del lego greco, da cui legatum deriva. Allora ci siamo: con il passare degli anni, nessuno si riferiva più al terreno, o ai beni in generale, con il loro vero nome, ma con il più generico legatum , una sorta di primitiva forma di astrazione. A questo punto, la mentalità romana si abituò al termine legatum e, dovendo trovare una parola per identificarne il concetto e la “scienza”, rinvennero la parola ius , quale generalizzazione del senso stesso del riunire, identificato con il suono y o j (si veda sopra) per indicare il diritto appunto privato ( quod ad "res" privatorum “pertinet” ) e lex (declinato legis ) a indicare il dispositum dello ius . La parentela tra lex e legatum è evidente. Del resto, Roma conobbe uno ius publicum solo successivamente, quando la figura politica, il rex , che incarnava il diritto religioso comune ( fas , parola ben lontana), venne a essere esautorata dalle prerogative meramente politiche, per ridursi al solo potere sul fas . Infatti, il legame tra ius e il bene materiale è tale che, in effetti, si avrà uno ius publicum , ove sarà una " res " publica . La derivazione di lex da altre origini appare quanto mai azzardata e superficiale. Sembra che il termine esista già nel vocabolario indoeuropeo e che si sia conservato intatto per esempio nell'area iranica. Gli etimologi sono indecisi al riguardo. Per alcuni il termine va paragonato all'antico germanico lög , all'anglosassone lagu , da cui l'inglese law . Altri, più propriamente lo avvicinano al verbo greco legein e a lego . La mia opinione è che, pur ammettendo l'esistenza di un termine indoeuropeo che corrisponde foneticamente a lex , non sia possibile legarli insieme così facilmente, senza quanto detto a proposito di lego , il mettere insieme. Certo che curiosi sono alcuni esiti di questa * lex antica. A parte l'area germanica e anglosassone, in sanscrito alcune parole suscitano interesse, come lag , che vuol dire aderire, da cui lagati (attaccato), termini vicini a lego latino-greco appunto. Curiosa vicinanza tra * lex e * yug si rinviene anche nella parola sanscrita lingam , che contrassegna l'organo sessuale maschile. Si tralasci il profondo significato religioso della parola, ma si osservi che l'inglese arcaico yard , già visto come esito di * yug , è riferito anche al “pene”, come un sinonimo. Anticamente, allora, un legame tra le due radici deve esserci stato. In ogni caso, non cambiano i fatti. La lex romana riprende la medesima radice * lex , ricevendola dal verbo lego , la riavvicina a * yug , pervenuto sotto forma di iuger , e avvia la scienza del diritto.
Nomos e lex , due parole assai simili nel significato, ma derivate da due radici diverse.
Chiusa questa parentesi, veniamo al punto. Indipendente dal perchè i greci preferirono o ereditarono la radice * na invece che * yug , è chiaro il senso di "riunire", di "mettere insieme", di reciproca appartenenza dei membri della comunità. Se l'antico senso dello stare assieme si è via via trasformato, esso non è mai stato del tutto dimenticato. E, come si è visto, ricorre in tutte le forme osservate. Tuttavia, una domanda sorge. Perché i greci hanno scelto il termine nomos , da * na , invece di un termine che derivasse da * yug o da * lex , come tutti gli altri popoli europei? Cosa ha spinto i proto-greci a questa scelta?
Io ritengo che vi sia stata un'influenza orientale, o semita. A parte i termini sanscriti osservati che già dovrebbero bastare comunque, vi è il fatto interessante che gli antichi egizi, avevano la parola nomi/nemi a indicare la porzione di impero, che costituiva una provincia. Allora ricorre l'idea della proporzione, dell'armonia strutturale della comunità, come dell'impero, che è riflesso dell'armonia celeste, musicale, universale.
Che la Grecia non sia solo un prodotto indoeuropeo è cosa sempre più pacifica tra gli studiosi. Dopo circa due secoli di oscurantismo e, diciamolo, di patriottismo europeo, la madre delle civiltà occidentali non risulta più essere quel monoblocco culturale di matrice “ariana”. La Grecia sembra essere stato un crogiuolo di popoli, una terra di immigrati, un po' come gli Stati Uniti d'America qualche tempo fa. Questa terra promessa si portava dietro le tradizioni dei popoli che la formavano. In Grecia, noi troviamo Creta, Egitto, Persia, elementi nordeuropei, India, Palestina, perfino Cina. Numerose sono le testimonianze al riguardo, che, se non hanno la valenza e la forza di prove scientifiche, costituiscono senza meno un decente corpus d'indizi che non può essere trascurato. Senza contare che l'origine afro-orientale della cultura greca è testimoniata dalla tradizione stessa fino al ‘700. Prima degli studi moderni, tale origine era universalmente accettata, perfino dagli antichi greci stessi. Che millenni di tradizioni storiche vadano in fumo solo perché cambia l'orientamento politico-razziale dello studioso europeo, preso dalla nascente archeologia, non è certo quel che si dice “amore per la scienza”… [4]
Credo francamente che i greci abbiano scelto la radice * na , semplicemente perché comune alle radici semite, alle lingue parlate dai semiti presenti all'inizio. Nella progressiva costruzione di un linguaggio comune, l'identità ha giocato un ruolo fondamentale. Mentre l'Europa si è giovata di una minore differenziazione tra le varie etnie, la Grecia , come punto d'incontro tra Eurasia e Africa semita, si è trovata più ricca di elementi eterogenei. Forse fu questo il motivo della sua grandezza.
Le riflessioni da fare ancora sarebbero molteplici, sia in riferimento ai due termini in questione, sia in riferimento ad altri termini correlati, come dike , iustitia , xynon , per esempio. Ma lo spazio è al momento limitato. Sia, tuttavia, sempre ricordato che nomos e lex non sono soltanto e semplicemente la “legge”, il dispositum . Essi esprimono un senso più alto di appartenenza a una comunità. Appartenenza, che è legame, ma che è anche libertà, giacché, come dirà poi Aristotele, non vi è uomo se non vi è città, ubi societas ibi ius diranno finalmente i giuristi di Roma.
Comprendo che, davanti a queste “suggestioni” etimologiche, qualche studioso possa rimanere perplesso e storcere il naso. I dubbi possono venire in conformità a differenti vedute e opinioni. Non si è voluto dare qui libero sfogo alle associazioni tra parole, ma neanche si è ricercato un assoluto rigore scientifico-storiografico. Il primo ci avrebbe portati troppo in là, il secondo rischiava di non farci proprio muovere. Si è deciso allora di seguire una sana via di mezzo, che possa suggerire, senza pretendere di svelare o trovare qualcosa. Starà al lettore e al suo buon demone decidere se tale suggestione possa aprire la strada alla verità, oppure no.
Con tali riflessioni si voleva solamente tentare di aprire la strada a un'analisi del linguaggio, a partire dalla sonorità, più che dalla letteralità delle parole, e suggerire il significato di una comunità-comunanza dei termini che contrassegnano la vita legislativa della città. Le analogie trovate, se possono apparire non del tutto opportune agli occhi dell'esperto di linguistica storica, sono state sufficienti a vedere che vi sono dei significati sottili che si tramandano di parola in parola, di idioma in idioma, di secolo in secolo, e che queste trasmissioni interne possono essere riscoperte da chi, scevro di pregiudizi, si prepara ad andare al di là del linguaggio, verso il linguaggio in sé. Perché è poi questo il motivo per cui scrivo.
[1] Non può essere trascurato, infatti che, se in apparenza l'uomo sia l'unico essere effettivamente parlante, perché pensante, perché intuente e così via, di fatto ogni ente partecipa del linguaggio e, a modo suo, parla, persino le cose inanimate. Di questa strana ma pregna verità, ha intuizione Walter Benjamin (1892-1940), nella sua importante meditazione “Sulla lingua in generale e sulla lingua dell'uomo” in ANGELUS NOVUS (trad.it.R.Solmi, Einaudi, Torino 1962), cui si rimanda.
[2] Nel meccanismo ripetitivo non si accenna affatto alla possibilità-realtà che a ogni sguardo l'oggetto percepito e l'osservatore sono, in effetti, cambiati, sono differenti. Come “non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume”, avrebbe detto Eraclito, non è possibile guardare due volte la stessa cosa.
[3] È forse un azzardo, ma va notato che la r di – krt non è vocalica e potrebbe essere stata elisa nel tempo. Del resto la somiglianza con il suffisso latino – ctus è sorprendente.
[4] Per una eccellente trattazione del tema, indispensabile è Black Athena , di M.Bernal, Rutgers, 1985, 3 voll.