Epimenide il saggio e la Giustezza. 

 di Emiliano Di Terlizzi

 

Sarebbe certamente errato pensare che la Grecia antica abbia da dare qualcosa alla storia del pensiero occidentale solo a partire da quel cruciale secolo VI, cui si fa tradizionalmente risalire la “nascita” della filosofia. Delle vestigia dell'antica sapienza, non rimangono, è vero, che poche tracce a fatica sopravvissute al trascorrere del tempo; ma, sebbene questi frammenti di conoscenza tendano sempre più a scomparire, essi ancora sanno chiamare chi ha in sé la capacità di fermare il chiasso assordante della quotidianità moderna, e si dimostra pronto all’ascolto di quella oramai flebile voce, monumento universale di sapienza e virtù.

La Grecia antica è fonte ricchissima di sapere, così come lo è, a suo modo, Roma; eppure oggi, sono pochi coloro che hanno provato ad ascoltare veramente il messaggio che secoli, millenni di lontananza, e la povertà intrinseca del “pensiero moderno", hanno quasi cancellato. Come notò giustamente anche Giorgio Colli, “ben poco di vitale è stato compreso sinora della Grecia” e la tradizione filologica ha più contribuito ad oscurare che a rivelare, colpa di un positivismo metodologico che è stato incapace di penetrare dentro il mero fatto storico, se non attraverso il pregiudizio vero e proprio, e restituire l’esperienza di una verità essenziale che per natura intrinseca “ama nascondersi” all’occhio indiscreto e irriguardoso del mero filologo scientista, uomo della tecnica. [1]

Tuttavia, nonostante il progressivo cadere nell’oblio di quel sapere, nonostante il fatto che ciò che manifesta la tradizione e la conoscenza possa cedere e cadere sotto gli attacchi della storia, soprattutto quella degli storici della filosofia, ecco che la gnosi che quelle voci ancora testimoniano, permane assoluta, immutabile, e, quel che più conta, ancora fruibile! Perché, com’è stato scritto da uno di quei saggi, Eraclito, "I desti hanno uno e comune mondo" e "la sibilla[il vate]…attraverso il Dio, penetra mille anni con la sua voce"[2]; a colui che ha orecchie esperte, bastano poche note per riconoscere l'intera sinfonia; e questo è la conoscenza, un ricordare, è ri-conoscenza delle origini primordiali, donde tutto proviene, è riguardo.

È proprio il passato, secondo il pensiero più antico, ad essere il maestro, il concetto di progresso e quello di evoluzione vengono molto più tardi, in un mondo oramai dimentico di quella che si reclama essere lo stesso significato della tradizione. All'occhio dell'antico, il progresso, con il suo “positivo” connotato, altro non sarebbe che oblio, o meglio s-viamento, manifestazione di un decadere, di un precipitare verso la follia. Per l'antico, non vi è maestro se non il passato e non vi è futuro se non nella tradizione, nella proiezione temporale di quello stesso passato.

Ma l’attenzione al passato, lungi dal voler significare un bieco conservatorismo, o l’attaccamento a personali pregiudizi, o ancora al mantenimento di un aristocratico interesse sociopolitico, raggiunge una più alta dimensione, che investe luoghi così essenziali e profondi della natura umana, luoghi che si rendono appena visibili, ma il cui potere sulla vita è forse ben più forte di ciò che sembra manifestarsi chiaramente. Questa potenza “radicale”, perché "alla radice" di tutto, è il solo valore a cui l'antico aveva ri-guardo, nella sua visione del mondo, nell’essere in una società, nel suo vivere la vita. Il Filosofo, lungi dall'essere quel chiacchierone prestigiatore di parole, sterile immagine dell'oratore avvocato di se stesso -come poi purtroppo[3] - era invece chi, perdutamente innamorato, inseguiva la conoscenza, ove tale conoscenza, lungi dall’essere ricerca dell'oggettivo, del "sistema", del "modello", della verità scientifica moderna, era ricerca della parte più intima di se stesso, nella presa di conoscenza che il conoscere se stessi fosse tutto ciò che vi era da conoscere. Tale era l’esperienza di una verità, anzi “della” verità, che conseguiva ad un mutamento dello spirito, ad una trasmutazione si potrebbe dire alchemica dell'uomo in un saggio, in uno svegliato, in un eroe, se non in un dio.

La natura, così percepita, diviene un'armonia di ritmi, un intersecarsi di forze e di creature terrene e ultraterrene, che, nel loro procedere, realizzano un ordine cosmico, un universo magico, retto da una sublime legge di giustezza, la Dike.

E' in questo clima di magia, eroismo e iniziazione, che trovano origine quelle tradizioni che oggi appaiono essere cosi lontane, è lì che trova casa natia il pensiero Greco, poiché quella che verrà chiamata poi filosofia, altro non sarà che il progressivo decomporsi di quella alta sapienza.

Nel primo volume della sua STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA E ROMANA, Giovanni Reale descrive la nascita del pensiero filosofico entro le dimensioni dell’orfismo e dei misteri a questo legati. Tuttavia, secondo Reale, mentre l’orfismo appartiene ad una visione primitivo-poetica della conoscenza, certamente rintracciabile anche altrove dalla Grecia, come nel culto egizio o più a Oriente con le dottrine spirituali sino-indiane, la filosofia, nata in effetti solo con Talete, come riflessione “proto-scientifica” sulla natura, presenta i tratti originali e autenticamente greci che avvieranno il mondo verso il progresso della civiltà moderna. L’impostazione di Reale non convince. Questo grande studioso italiano, a cui molto dobbiamo soprattutto in termini di studi e di traduzioni, mi sembra un po’ troppo emotivamente patriottico nei toni e contraddittorio nell’argomentare.  Non è inutile spendere qualche riga su questa diffusa visione della nascita della filosofia, che, a parer mio, è priva di fondamento. Prendo in considerazione Reale e la sua STORIA perché in questo volume è egli stesso ad affrontare la questione e in maniera piuttosto sentita. L’opinione generale è quella di una sorta di salto di qualità che il pensiero greco, verso il VII VI secolo, avrebbe fatto, abbandonando la visione mito-poetica della conoscenza e essendosi avviato ad una riflessione sempre più scientifica del sapere che culminerà con la oramai matura e consapevole ricerca in Aristotele e poi, soprattutto a livello morale, nello stoicismo.  Reale sembra riaffermare tale visione.

Ora, se è condivisibile che la forma mito-poetica abbia fornito la base della riflessione filosofica successiva, certamente non è con toni di esaltazione e trionfalismo progressista che bisognerebbe parlarne. Reale sembra condividere l’idea che la filosofia costituisca un miglioramento rispetto alle precedenti concezioni. Egli ammette che la filosofia sia la base del pensiero occidentale anche nelle sue manifestazioni tecnico-scientifiche. In altre opere però, lo stesso Reale critica apertamente la modernità e parla di “valori dimenticati” e di povertà della tecnica[4]. Dunque Reale appare affascinato dall’inseguimento del rigore razionale e dal tentativo di ricerca che egli stesso definisce scientifica dei primi filosofi, ma poi critica la modernità e ne denuncia i mali. Non si accorge Reale, che proprio quello spirito dal quale egli rimane affascinato e che secondo lui costituisce il “salto qualitativo” della Grecia, è lo stesso che ha portato alla povertà della tecnica? Ma allora delle due cose l’una: o si apprezzano la tecnica e “i mali dell’anima” o si cerca qualcos’altro; e quel qualcos’altro è ciò che i greci persero con la filosofia concepita come episteme! Altro che salto qualitativo, piuttosto un precipitare imbarazzante! [5]

Reale sostiene, inoltre, come le riflessioni elleniche sulla geometria, sul numero, sulla cosmologia, sulla medicina abbiano assunto, in Grecia, maturità differenti rispetto ad esempio all’Egitto antico o alla Cina o all’India. A parte il fatto che Reale non porta un solo argomento a favore di queste asserzioni; si limita, infatti, ad usare espressioni come “appare evidente che…”, “sarebbe impossibile se…”, “non c’è dubbio che…”, ma non vi è uno straccio di argomentazione o motivazioni che possano fondare le sue posizioni, se non un partito preso. Al contrario, chiunque conosca il pensiero orientale o quello egizio un po’ più in profondità che non nella veste che l’eurocentrismo gli ha dato, potrebbe verificare da sé e con una relativa facilità, come tutte le nozioni ed i concetti che appartengono alla grecità siano non solo stati già espressi altrove e prima che in Grecia, ma che addirittura siano stati concepiti in una forma poi divenuta perfino più ricca e articolata di quella occidentale. Quel sapore scientifico che Reale va tanto ammirando preesisteva al VI secolo, e lo si vede nelle meraviglie che l’antichità pre-ellenica è stata capace di fare. Si pensi che, tra le varie scuole di pensiero indiane, vi sono correnti vicinissime al materialismo moderno (mi riferisco, a titolo di esempio, al movimento dei lokaiata), senza contare che la moderna linguistica non avrebbe fatto tanti passi avanti senza l’aiuto della “millenaria” tradizione linguistica sanscrita e che vi sono antichissimi saggi indù (non definiamoli “solo” filosofi), vicino ai quali Aristotele non apparirebbe tanto maestoso, quanto piuttosto un pioniere alle prime; o ancora, non volendo vedere come già nell’VIII dC, l’India e la Cina avevano già conosciuto forme di idealismo in tutto e per tutto simili a quello tedesco, con un millennio di anticipo. Per non parlare delle conoscenze dell’antico Egitto soprattutto in campo medico, e Reale - bontà sua - se ne rende conto. Ma come crede, Reale, che siano state possibili tali meraviglie tecniche, se non partire da un pensiero scientifico in senso moderno? Il problema è che Reale, e con lui gli altri sostenitori di queste pretese, non vedono, o non vogliono vedere, che la Grecia non acquistò proprio nulla, ma anzi perse molto. La scienza c’era già. Il delitto che i greci compirono, probabilmente sotto la spinta delle velleità democratiche della polis fu quello di tagliare via tutto il resto, vale a dire tutto il sacro che la conoscenza aveva, per trasformare il sapere in una tecnica più o meno da tutti fruibile, e libera da chiusure aristocratiche. La caduta del sapere da esoterico a essoterico, e soprattutto il desiderio di “scrivere” il sapere, ovvero renderlo fraseizzabile e quindi comunicabile a parole ha contribuito certamente a che la tecnica s’impossessasse della conoscenza sin dall’alba del pensiero. Non si dovrebbe parlare di passaggio da cultura a civiltà, ma da cultura a sub-cultura, ove della ricchezza della sapienza sacra viene a sopravvivere solo l’artigianato e l’atteggiamento mentale che lo produce. “Non vittoria della scienza, ma del metodo scientifico sulla scienza”, disse bene Nietzsche. Dove possa essere visto un “salto di qualità” in tale impoverirsi, io proprio non lo so. Ha ragione, invece, Colli: dopo Platone, per il quale già nutrirei dubbi e il cui pensiero è certamente di confine tra l’antico e il nuovo, the rest is silence.

L’allarme che posizioni simili suscitano ancora oggi sta nel fatto che esse vengono avallate da illustri studiosi, tra cui evidentemente Reale. Ma proprio per questo urge una totale revisione di tali dottrine a partire da una più pacata e onesta ricerca filosofica.[6] Il mondo dell’antichità potrebbe offrire molto di più se lo si lasciasse parlare senza quell’ossequio alla modernità che da un paio di secoli ci ottunde la mente con sterili pregiudizi. Il mondo antico è mondo di poesia, di arte, di mito, di musica persino, ma anche di scienza, di diritto, di tecnologia. Un unicum che non scinde religiosità da sapere, ma che, rispetto alla natura si pone in posizione di riguardo, quel riguardo di chi sa stare al posto suo, quel riguardo che la moderna tecnica ha certamente perso, nella sua visione del mondo come magazzino di energia da sfruttare senza alcun ritegno.

Ed Epimenide ha qui, dunque, una dimensione ben precisa. Non lo conosciamo direttamente, poiché di lui nulla è rimasto, eccetto una manciata di frasi citate da qualche autore e un poco più cospicuo numero di testimonianze. Tuttavia, dal rispetto che tutti gli antichi citatori manifestano nei suoi confronti, egli deve essere stato un uomo di grande elevatura, al punto che alcuni suoi concittadini di Cnosso a Creta pare lo adorassero come un dio[7]. Di lui, si diceva fosse un uomo di grande saggezza e giustizia, tanto che Solone lo invitò ad Atene da Creta, per risolvere alcuni dissidi e certe pestilenze che affliggevano Atene in quegli anni.[8] Attraverso i suoi poteri divinatori, la compiacenza accordata dagli dei, la sua grande saggezza, egli compì il "rito" e l'ordine fu restaurato. La gratitudine di Atene fu immensa, ma ad onori e ricchezze egli preferì un ramo d'ulivo sacro ed il ritorno a Creta, la sua patria. Lo stupore e l'ammirazione a tanta maestà suggellarono una santa alleanza tra Atene e Cnosso, ove la celebrità del divino Epimenide lo aveva portato quasi sull'Olimpo.

Egli non aveva avuto maestri; suo padre doveva essere un pastore e suo fratello non compare spesso[9]. Tuttavia, è egli stesso a rivelare la fonte della sua sapienza. "Egli indicava come proprio maestro un lungo sonno con un sogno"[10]. Si accenna ad un episodio leggendario della vita di Epimenide che ci è ben noto dal racconto di diversi autori. Non potremo mai sapere se l'episodio sia un fatto reale o una metafora o pura invenzione, ma certo è che esso ebbe una importanza decisiva per il saggio Epimenide. Riferiamo in proposito il racconto di Diogene Laerzio, che appare il più completo: "…una volta che suo padre lo mandò in campagna per una pecora, deviando dalla strada verso mezzogiorno si addormentò in una caverna e dormì per cinquantasette anni."[11]

Inutile dire che oggi sarebbe impossibile credere che un simile evento sia verità storica e probabilmente non lo sarà. Ci risulta più semplice pensare ad una metafora, ma l'importanza del sonno di Epimenide non sta tanto nella sua eccezionale durata, quanto nel fatto che ad esso appartenne un sogno, una visione, così potente da segnare l'intera vita del sapiente che poi durò, secondo alcuni autori ben centocinquantasette o perfino duecentonovantanove anni[12]. Massimo di Tiro ci indica che il luogo preciso era una caverna del monte Ditteo a Creta  e riferisce che il sogno aveva ad oggetto l'incontro di Epimenide con gli dei e i loro responsi, in particolare Aletheia e Dike[13]. Qui il sonno non è dunque un sonno propriamente detto, ma è forse la metafora del risveglio, della visione estatico-contemplativa della verità, rispetto al “sonno” della vita comune[14]. Veramente significativo è che i testi parlano di un dirigersi a mezzogiorno, quasi a sottolineare il carattere di ascesa solare verso il monte[15], o nel monte, che appunto viene sacrato a Zeus Dikteo, chiaramente in riferimento a Dike. Una sorta di esilio in se stesso che ha portato Epimenide alla visione delle più alte potenze. A seguito di questa visione, Epimenide è "carissimo agli dei"[16] e assume una dignità tale da essere il solo a poter operare le purificazioni che la Pizia in persona, oracolo del solare Apollo, ha ordinato per salvare Atene. Solone lo chiama, Epimenide risponde, la discordia è cessata, la maledizione è scacciata, l'ordine è restaurato e la città è salva.

Cosa può dire tutto ciò all'uomo moderno? Quale può essere l'utilità di una siffatta favola, di un così antico mito? All’occhio moderno, esso appare poco più che una curiosa leggenda con qualche strano, forse interessante contenuto. Ma all’occhio dell’anima, esso rivela un mondo che noi abbiamo perduto, un mondo che si riconosce in un ordine e il cui valore è rappresentato in un’esperienza aristocratica della conoscenza che è anche una prassi giuridico politica.

Epimenide è una sorta di sacerdote; egli ricorda gli antichi sacerdoti Egizi che, nel tentativo di fermare la siccità o un’eccessiva piovosità, segni entrambi di disordine universale, sacrificavano agli dei e riproponevano il dramma di Osiride e la vittoria di Horo su Seth. Epimenide restaura l'equilibrio attraverso sacrifici e l'allontanamento dalla città degli individui riconosciuti come "maledetti"[17]. Egli forma dunque un tribunale.

Aristotele nella Retorica ci riporta una testimonianza significativa: "E il parlare in assemblea deliberativa è più difficile del parlare in tribunale naturalmente, riguardando il futuro. Nel tribunale, al contrario, si parla sul passato, che può esser già noto agli stessi divinatori, come diceva Epimenide il Cretese."[18]

Qui emerge l'elemento del passato.  Passato, dal quale, il giudice divinatore sentenzia. Il futuro è più complesso da conoscere rispetto al passato. Questa è certamente l'opinione di Aristotele. Epimenide al contrario non fa differenza, per lui le cose future appartengono esse stesse ad un ordine che risale agli "inizi". Non è difficile riconoscere la concezione politico-storica di un Aristotele rispetto a quella dell'antico filosofo cretese. Aristotele muove a partire da una consapevolezza di storicità della politica che vede l'alternarsi di successive fasi storiche e rispettivi regimi politici che, anzi, ne rappresentano compiutamente il momento storico. Al contrario, Epimenide, e del resto cosi era il pensiero Greco della sua epoca, non abbisogna della storia per essere sicuro che l'antico ordine non può e non deve essere alterato. Egli non ha problemi a conoscere il passato; perché al saggio esso, quale ordine, in quanto Dike, è ben noto. Ma non ha problemi neanche con il futuro, che di quel passato è erede, se non proprio proiezione stessa. Sono gli uomini comuni a porsi il problema del futuro.

Plutarco riporta una "predizione" di Epimenide circa la Guerra combattuta a Munichia: "Si dice che, nel vedere Munichia, disse a coloro che erano là <com’è cieco l'uomo rispetto all'avvenire! Quel luogo gli Ateniesi lo divorerebbero con i denti, se sin da prima sapessero quanto dolore porterà alla città>".[19]

Questa predizione è estremamente significativa, e non solo perché a distanza di dieci anni effettivamente la storia diede ragione ad Epimenide, ma perché contiene due punti estremamente importanti. L'uomo comune non conosce l'avvenire, altrimenti non vi sarebbe alcun avvenire; simbolicamente gli Ateniesi non desidererebbero cosi tanto il luogo che porterà loro tanto dolore, se conoscessero in anticipo i fatti, il futuro non si realizzerebbe, non si avrebbe un futuro. La dimensione del futuro rimane quella dell'uomo comune, la storia appartiene alla ignoranza. Al saggio, invece, è chiara Dike, che è poi l'unica Aletheia, la quale è al di fuori del divenire storico. È proprio l'ignoranza dell'ordine e della giustezza universali a condannare l'uomo al dolore, all'afflizione. Gli Ateniesi, avidi di soddisfare i loro desideri, si vedono ritorcere contro la loro brama.

La visione del saggio, del filosofo della Dike, è totale, proprio perché, secondo dottrine precise, che non sono mai andate del tutto perdute, “tutte le cose sono invero una”, come ricorda già Eraclito, che bene ne era consapevole. Tale unità è l’ “unità” originaria. Anche Parmenide, nel suo Essere pieno e totale, raccoglie la medesima idea, ed è la stessa Dike a rivelarglielo. È necessario entrare in una dimensione che sfugge all'uomo della modernità. Questi, chiuso in un mondo tecnico in cui l'universo si muove quasi meccanicamente, non è in grado di comprendere il magico entro lo spirito greco di allora. Spirito che era erede di una generale visione del mondo antico. L'unità di cui ci parlano questi antichi saggi è una unità di confine. Cosa si intende per unità di confine non è facile a dirsi. Potremmo intendere il confine come ciò che non può essere valicato, un luogo al di là del quale non siamo più in grado di avere la visione di un ente come tale, trattenuto nella sua presenza. L'uomo è al di qua di quel confine, così come la rappresentazione della Polis greca ci fa vedere. Entro la polis l'ente è ente, al di là della polis non vi è umanità, non vi è legge nel senso che non vi è ente ordinato, ma soltanto l'oscurità del chaos. L'ordine, in questo equilibrio, non è affatto uno "strumento" con cui amministrare una città, una nazione o un popolo; L'ordine è l'ordine delle cose, è volontà diretta degli dei. Eraclito richiama il paragone che “Combattere a difesa della legge è necessario come a difesa delle mura”[20], e ciò a dire che senza la legge, l'universo non è!

La vicenda di Epimenide è chiara. L'ordine è restaurato attraverso un atto sacrificale che riporta Atene ad una situazione di equilibrio e ordine che erano stati perduti a causa dell'infrazione commessa. La vicenda richiama il tentativo compiuto da Cilone e dai suoi seguaci tra il 640 e il 630 aC di instaurare la tirannia ad Atene. Il tentativo fallito, vide Cilone fuggire via, e gli altri riparare gli altari degli dei. Pur reclamando l'immunità, spettante per la sacralità del luogo, i superstiti vennero ugualmente trucidati. Il sacrilegio sconvolse Atene, maledicendola. Questo il fatto storiografico. Veniamo ora alla sua pregnanza storica. Occorre innanzitutto notare a partire da cosa l'ordine venne infranto. Non un tentativo politico, non la violenza repressiva degli ateniesi; piuttosto, l'aver valicato un confine oltre il quale non era lecito agire, questo fu l’atto criminoso È ovvio che la difesa della democrazia fosse considerevolmente importante per gli ateniesi, dunque si dovrebbe supporre che l'eccidio non dovesse essere altro che pura difesa dell'ordine, e invece fu proprio la causa del disordine e della maledizione. È il luogo in cui l'eccidio è stato commesso che fa la differenza. Gli altari degli dei. Presso l'altare del dio le leggi umane vengono meno. Lo stesso eccidio in un altro luogo non avrebbe provocato nulla. Il mondo antico sembra allora dinanzi a due confini invalicabili. Da una parte il disordine, nel quale l'ente non è ed è necessario che non sia, in quanto se fosse, nulla sarebbe, dunque l'ente non sarebbe. Dall'altra la legge divina, insondabile, immobile, eccelsa, estranea alle rivoluzioni politiche umane. Nel tempio l'immunità doveva essere garantita, poiché il nomos umano cede il passo al nomos divino. L'altare è il luogo di preghiera, di invocazione. L'altare registra l'attività di chiedere l'ordine alla divinità, è il luogo del “patto” con la divinità. Luogo fuori dell’ordine delle cose, ne è il confine oltre il quale vi è l'insondabile. Si badi che l'altare non è il disordine del chaos. Non vi è assenza di essere nel luogo degli dei, anzi vi è la massima pienezza, ma è proprio per questo che il nomos umano deve cedere. Si tenga presente che l'eccidio in questione ha rappresentato l'esecuzione di una sentenza umana in un luogo divino, come se, nonostante l'uso di riconoscere l'immunità a quei luoghi, il nomos umano abbia a tutti i costi voluto prevalere. Il patto con la divinità non poteva che rompersi e Atene cadere in disgrazia. Ci volle l'espulsione degli Alcmeonidi, che furono i responsabili del sacrilegio, per rimettere le cose a posto. Espulsione. La cacciata dalla città significava certamente l'allontanamento dall'ente e l'abbandono al chaos, ovvero alla morte. L'ente è ente, l'uomo è uomo ove vi è il "confine", ovvero la distinzione tra ente e nulla, la città con le sue mura segnavano appunto questo confine. Non a caso, nell'aneddoto di Epimenide si delinea in termini simbolico-storici quella tripartizione delle vie verso la verità che troverà il suo celebre poeta-filosofo in Parmenide[21]. Questi propone in forma poetica, in effetti, proprio ciò che è stato detto. Vi sono due vie della conoscenza. L'una che è, e che è necessario che sia, l'altra che non è, e che è necessario che non sia. La terza via, la doxa umana, non è che "prossimità" alla verità. Anche nel discorso di Parmenide, noi ritroviamo comune alle vie la "necessità". Questa necessità non è logica, quest’ultima modalità appartenendo all'universo umano; è piuttosto una necessità giuridica, nel senso che il chaos deve essere tenuto via se si vuole che l'ente sia. Qui l'ente deve essere custodito dalla moira, dalla necessità, appunto, e coincide con la dea che lo offre all'uomo, vale a dire con la Dike. Non vuol dire che la Dike sia ente tra gli enti, ma al contrario che la Dike "permane" tra gli enti come ente. Questo ente, allora non sarà più la "giustizia" delle cose, ma la loro "giustezza", vale a dire la loro conformità alla natura essenziale del loro essere enti. La giustezza non è trascendente, la giustezza è negli enti, in un’immanenza totale. Senza la giustezza un ente non potrebbe essere detto ente. La via del chaos è la via che nega ogni entità dell'ente. Essa non può e non deve essere praticata. La via della doxa, della prossimità al vero, offre all'uomo una visione dell'ente. Ma guai al pretendere di scambiare la doxa per l'Aletheia! Ed è quello che l'uomo molto spesso fa. Anche oggi la scienza scambia la doxa per l'Aletheia. La scienza, oramai pura tecnica, violenta l'ente e se ne appropria nella convinzione che esso possa apparirgli nella sua totalità. L'uomo della tecnica quasi è dimentico che dell'ente non possiede che una doxa, una opinione, pur prossima al vero. La violazione del tempio fu tutto questo, la violazione del confine e la vittoria della doxa sull'Aletheia. Solo l'espulsione, solo il cessare dell'ente colpevole di essere ente, ha potuto riportare l'equilibrio.

Questa vicenda ricorda l'antico frammento di Anassimandro, secondo cui, "Dall'indefinito tutte le cose sorgono e lì ritorneranno quando, secondo la giustezza dei tempi, pagheranno lo scotto per essere state". Lo scotto per essere state è lo scotto per la violazione dell'ordine. L'ordine che è Dike stessa. In qualche maniera l'ente, perché ente costituisce già una violazione. Di questa violazione, pena è la fine. L'ordine della Dike è immanente, ma allora anche trascendente, in quanto essa, come è il logos di Eraclito, è ciò che permane quando tutto non è più; è ciò che è causa e fine del mondo. Proprio per questo lo stesso Eraclito mette vicino, identificandoli, Dike e il fuoco primordiale e afferma che il mondo è proprio quel fuoco che si accende secondo misure e si spegne secondo misure. Ecco dunque la duplice natura immanente e trascendente della Dike. L'ente è Dike nella sua sostanza, nella sua forma, nella sua natura più intima. E in ciò Dike è trascendente. Ma l'ordine universale, la misura per la quale quell'ente è lo trascende. Al di là del confine della Dike, del tempio del dio, la legge umana non può avere la meglio, il nomos separa la luce della polis dalla tenebra della foresta, ma esso non può dirsi nomos se non in forza della Dike che lo precede e che gli succede. Morto il nomos, sostituitolo, cambiati i regimi, Dike permane immutabile. Epimenide, il saggio, consapevole della Dike e della Aletheia che furono proprio sue maestre, ci riporta ad una dimensione grandiosa dell'universo. Egli rappresenta un momento importante della tradizione greca. Da una parte lo spirito antico che riemerge, dall'altra l'annunciazione di un nuovo pensiero, che cova nelle menti dei greci e nella democrazia, nella necessità di rendere ai più il sapere. Questo nuovo pensiero può essere capace di sconvolgere l'ordine, può sentirsi in grado di valicare i confini che il sacro proibisce. Questo nuovo pensiero è ciò che verrà chiamato filosofia. La filosofia nasce dalla progressiva dimenticanza del riguardo alla Dike. La filosofia scambia l'essere dell'ente per l'essere, la filosofia si fa scienza del concetto, la filosofia è per tutti gli esseri "ragionevoli" e con i millenni essa scatenerà la furia della tecnica, il sapere che calcola. Della saggezza di un Epimenide non rimane che una favola leggendaria che s'avvia all'oblio.

Epimenide richiama senz’altro quella tradizione misterico letteraria che fu l'orfismo. Anzi, egli sembra essere appunto una "terza via" tra il mistero di Dioniso e Orfeo, tra Dioniso e Apollo.

Non è il caso in questa sede di approfondire in tal senso; basti sottolineare due cose, che nella vicenda di Epimenide è chiaro l'avvio che il popolo greco aveva intrapreso e che questo avvio comincia da una mancanza di riguardo alla Dike. Il nomos vince apparentemente sulla Dike. L'essere, l'Aletheia, la doxa, il non-essere parmenidei sono, seppur in forma poetica, già del tutto presenti all'epoca di Epimenide[22]. E' evidente nel sentire stesso dei greci. Questi principi devono allora appartenere a qualcosa di più antico, di più grande ancora, la cui storia ancora ci sfugge. La filosofia, nasce da questo qualcosa, da questa saggezza antica, misterica, magica.

Non possiamo allora continuare a datare la nascita della filosofia tra il quinto e il sesto secolo avanti Cristo, dobbiamo al contrario spingerci più in là per recuperare i frammenti di ciò che è stato perduto. Epimenide ci insegna che il passato, per quanto lontano sia, ha già in sé tutto il futuro, poiché per quanto i nomoi possano mutare, eterno permarrà l'ordine della Dike. Il fatto che Epimenide abbia appreso da se questa sapienza, attraverso un lungo sogno, chiarisce che essa non costituisce una tradizione nel senso di una trasmissione sapienziale, ma di qualcosa che ognuno può ritrovare in se stesso, anche senza studio alcuno. E' l'apparire della Dike e della Aletheia che hanno fatto di un pastorello uno dei più grandi saggi della storia greca. E' dunque tale visione che va ricercata se la filosofia vuole strappare l'uomo alla violenza della tecnica. La tecnica come sapere che si impone viola il luogo sacro e compie l'eccidio. La tecnica entra nello spirito umano, l'altare del dio, e pretende di imporre il suo dire. L'uomo giace inerme sotto il subdolo agire della tecnica che gli preclude ogni santo patto, nomos con la divinità. La Dike è preclusa all'uomo della tecnica, che vaga empio e maledetto per le arsure del deserto. La filosofia deve risvegliare l'uomo a se stesso, alla Dike, alla verità, riportandolo ad una dimensione di riguardo verso l'ordine delle cose, alla "giustezza" delle cose. La filosofia non può rimanere scienza della scienza, né vacillare tra l'essere una strana psicologia e una forma ermeneutico letteraria; la filosofia deve farsi portatrice di una via, non solo di un sapere razionale. Il filosofo, colui che insegue, che "ama" il sapere non lo cerca nella nozione o nel concetto, ma in ciò che più essenzialmente già all’inizio avvia alla nozione e al concetto, secondo un dire che è più originario del dire quotidiano, secondo una dimensione che continuamente sfugge, ma che è lì davanti ad ognuno di noi. La filosofia "serve" a spezzare l'incantesimo per cui, pur vivendo nel logos, pur imbattendosi in esso continuamente, “gli uomini non lo ascoltano, sia prima che dopo avervi prestato orecchio(…)e le cose in cui si imbattono ogni giorno sono quelle che a essi appaiono straniere”[23] Ed è precisamente la cacciata di ciò che è maledetto, il bando di ciò che impedisce ogni ascolto per il suo chiasso assordante, il rito che Epimenide, attraversando millenni, torna a proporci.


 

[1] G.Colli, LA NATURA AMA NASCONDERSI, Adelphi, Milano 1988,  pag.14. Un atteggiamento di critica verso le tradizionali interpretazioni della grecità è anche in H.G.Gadamer, Studi Platonici.

[2] Frammenti 14[A98] e 14[A2], in Colli, LA SAPIENZA GRECA, vol.III, Adelphi, Milano 1980, da adesso LSG

[3] Commovente l’epilogo di Colli al suo LA NATURA AMA NASCONDERSI, cit., in cui Platore è visto come l’ultimo che ha provato, pur impedito dai tempi, a riprendere l’antico pensiero della Verità promosso precedentemente da Eraclito, Parmenide fino ad Empedocle, prima che essa prenda a farsi discorso (ragionamento) vero, “…Platone si ritrae stanco in se stesso, nel baluardo interiore che il mondo vuole contestargli, non contento di avergli distrutto tutto al di fuori, e che “giace nella sua parte più bella”(344c). L’Atanasia del Simposio è stata un breve sogno. Egli non ha potuto esprimersi apollineamente nell’apparenza come i suoi antichi: la fine non è serena. The rest is silence”, Cit. pag.329.

[4] cfr.di Giovanni Reale, I VALORI DIMENTICATI DELL’OCCIDENTE, Bompiani, Milano 2004; IL PENSIERO DI SENECA COME TERAPIA DEI MALI DELL’ANIMA, Bompiani, Milano 2003

[5] Riduttiva la visione per cui la nascita della filosofia ha segnato il passaggio dal mytos al logos, o da una “cultura dell’oralità” ad una “civiltà della scrittura” in quanto sotto tale riflessione sembra far di nuovo capolino una oramai superata traduzione della parola logos con ratio, per cui il passaggio dalle immagini poetiche del mito a quelle scientifiche del ragionamento sarebbe, secondo simili prospettive, un guadagno. Non si capisce, infatti, se il termine “civiltà” sia da preferirsi a quello di “cultura”, o forse si capisce troppo bene...Reale sostiene, e con lui molti altri, l’originalità del pensiero greco sotto molteplici punti di vista, e soprattutto ne nega i rapporti con l’Oriente che, secondo lui, non ha mai conosciuto forme di sapere simili (i toni di Reale sono decisamente patriottici, a favore della Grecia).

[6] Un inizio è stato dato da Giorgio Colli e da pochi altri. Il mondo anglosassone conosce Martin Bernal (prof. alla Cornell Univ.) e il suo capolavoro BLACK ATHENA, New Jersey 1985 (2 voll) in cui vengono riportate prove archeologiche e filologiche a favore dell’origine afro-asiatica del pensiero greco, ma non solo.  Da qualche tempo la Scuola Romana si propone di rileggere le opere dei greci sotto una nuova luce, scevra dalle favole metafisiche (as romano-cristiane) promosse dalle tradizionali visioni, soprattutto secondo una prospettiva che affianchi ad un utile, ma non prepotente, rigore filologico, la forza spirituale dell’ermeneutica e della riscoperta del sacro e della sua pragmaticità. Purtroppo, la gioventù di tali lavori non permette ancora una loro piena diffusione che è rimandata al futuro sperabile della filosofia.

 

[7]   Diogene Laerzio, 1,114

[8]   Diogene Laerzio, 1,110; Plutarco, Solone 12; Platone, Leggi 642d-643a; Massimo di Tiro, 38,3

[9]   Diogene Laerzio 1,109.

[10]   Massimo di Tiro 38,3.

[11]   Diogene Laerzio 109

[12]   idem, 111

[13]   Massimo di Tiro 10,1

[14] L’analogia tra sonno e l’ignoranza tipica della condizione umana è assai frequente nelle tradizioni indoeuropee da tempi immemorabili. In Oriente, come in Occidente, ricorre spesso la metafora di un opprimente sogno di morte dal quale è possibile un risveglio attraverso discipline specialissime e segrete.

[15] Il Sole è in tutta la tradizione occidentale simbolo di un superiore stato di conoscenza e coscienza, caratterizzato da una forte componente positiva. Ove la Luna, tradizionalmente legata alla coscienza dormiente, simboleggia il pallido riflesso della conoscenza solare; in molte tradizioni iniziatiche viene associata alla mente razionale, in opposizione al nous solare, quale coscienza pura e totale, come non ricordare, dunque, tutto il mito platonico, ed in particolare quello della caverna del REPUBBLICA in cui il Sole è somma apertura dell’anima alla sublime conoscenza. Per un maggiore approfondimento, si consigliano tra i molti, R.Guenon SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA, Adelphi, Milano 1975; M.Scaligero, LA VIA DELLA VOLONTA’ SOLARE, Tilopa, Roma 1986; J.Evola, LA TRADIZIONE ERMETICA, Mediterranee, Roma 1976.

[16]   Diogene Laerzio 110

[17]   Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 1; Plutarco, Solone, 12; Diogene Laerzio, 1, 110 sgg.

[18]   Aristotele, Retorica, 1418 a 21-25

[19]   Plutaco, Solone, 12; confermato da Diogene Laerzio 114.

[20] Eraclito,frammento 14[76], LSG, vol 3°.

[21] Si veda a riguardo il meraviglioso commento di S.Ruggiu al poema in Parmenide, POEMA SULLA NATURA, a cura di S.Ruggiu-G.Reale, Bompiani, Milano 2003.

[22] Le elaborazioni concettuali dei filosofi posteriori costituirebbe solo un diverso modo di espressione che avrà tuttavia il ruolo di far perdere a quei principi il loro contenuto vitale ed iniziatico, e di sostituirvi vuoti concetti.

[23] Eraclito, 14[a9], 14[ a95], in LSG, vol 3°